Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Il last minute fa figo, il travelgum no

Un week lungo! Wow! Ora faccio come le donne dei telefilm americani e mi prendo un volo last minute su internet. Basta un click e via!  Già mi vedo con un tailleur elegante, trolley griffato alla mano, mentre chiamo il taxi che mi condurrà all’aeroporto. Vabbè, non ho mai avuto un tailleur elegante e il trolley l’ho vinto con la raccolta punti del benzinaio ma al taxi non rinuncio! E che diamine, per una volta che viaggio voglio giocare a fare la signora.

Premetto che non ho paura dell’aereo, l’aereo di per sé non mi intimorisce, è il fatto che per volare debba alzarsi da terra a turbarmi.  Ore 07:30 – monto su un taxi è mi dirigo di gran carriera all’aeroporto. Non ho fretta, è l’autista ad averne. Da quando hanno introdotto la tariffa fissa centro città – aeroporto, i taxisti corrono come lepri dissenteriche.  Arrivo in largo anticipo, con lo stomaco infilato su per l’esofago e un affascinante colorito verde Alitalia. Mi dirigo barcollante al banco del check – in dove una signorina del tutto simile ad una hostess, salvo il fatto di avere i piedi ben saldati per terra, mi domanda gentilmente: “vuole un posto di corridoio o di finestrino?” E io: “finestrino, grazie”
E lei: “Ne ho solo uno vicino all’uscita d’emergenza, può andarle bene?”
Le spiego con formule piuttosto colorite che, qualora dovessimo avere la necessità di servirci dell’uscita, il via vai davanti al sedile sarebbe l’ultimo dei miei problemi. Lascio il sorriso perplesso della signorina check-in e mi dirigo ai temibili controlli di sicurezza. È il momento più indecente del viaggio: uomini senza cintura con braghe cadenti, donne con le scarpe tacco 12 in mano… Una volta ho visto fare storie a una tizia per il ferretto del reggiseno! Finalmente, dopo lunga contrattazione con gli addetti della sicurezza, ai quali ho dovuto esibire le analisi ematiche per dimostrare di non aver un eccesso di ferro nel sangue, decido di concedermi una bella colazione. Il bar dell’aeroporto è un Autogrill? Ma perché AUTOgrill? Siamo in aeroporto, mica in autostrada! Per coerenza qui dovrebbe esserci l’AVIOgrill. Il mondo aeroportuale non ha logica, infatti il biglietto si chiama carta d’imbarco, mica di “incarlingamento”. Ordino una spremuta ed un caffè e la signorina Autogrill mi informa cortesemente dell’esistenza di un menù molto conveniente comprendente caffè, spremuta e brioche. Rispondo, altrettanto cortesemente, di no ma la signorina, ancor più cortesemente, insiste facendomi notare il gran risparmio che ne trarrei. Ormai allo stremo della mia cortesia, replico che, dati i miei precedenti avio-gastrici, potrei approfittare del suo schifoso menù solo se l’aereo, anziché volare, corresse sui suoi ruotini fino a destinazione.

Finalmente mi imbarco, prendo posto e il capitano annuncia che sono previste turbolenze. “Enjoy the fly” conclude. Ma enjoy the fly st’avionica cippa! Mi hai appena detto che mi vomiterò  negli scarpini! Ed ecco a voi la mia parte preferita: le procedure di sicurezza. In corridoio appaiono le hostess, degli esseri inquietanti con tailleur impeccabile e sorriso tatuato. Il loro perpetuo sorridere ha un che di sinistro che sembra voler dire: “Nella stiva c’è un cadavere, indovinate chi di noi stangone è stata?” Inizia il teatrino delle uscite di sicurezza, delle lucine da seguire e del giubbottino salvagente che va gonfiato solo una volta abbandonato il velivolo e, se non si gonfia di suo, puoi sempre provvedere tu stesso soffiando in due comode cannucce. Sarà l’aver evocato le cannucce, sarà la fifa pre decollo, fatto sta che ora avrei proprio voglia di un Moijto.

Ma siamo al clou della performance: la mascherina dell’ossigeno! “In caso di depressurizzazione la mascherina scenderà automaticamente. Infilatela tirando l’elastico fino a quando il sacchetto si gonfia, dopodiché, respirate normalmente”. NORMALMENTE? Ma neanche dopo una rampa di scale respiro normalmente, figurati in caso di depressurizzazione che, tra l’altro, nemmeno so cosa voglia dire! E siamo al gran finale: “La maschera funziona comunque, anche se il sacchetto non si gonfia”. Ma allora che cacchio ce lo mettete a fare ‘sto sacchetto? Dite così affinché, in caso di depressurizzazione, io non mi metta a saltellare per l’aereo gridando: “Ehi, voi dell’equipaggio! Il mio sacchetto non si è gonfiato!”  Abbiate il coraggio di dirmelo in faccia che volete vedermi asfissiare immobile e silente, oh bastardi volanti! Finalmente l’aereo decolla, ma il mio stomaco no, lui ha deciso di rimanere a terra. Il mio colorito verde Alitalia evolve in blu Air – One e, probabilmente, la variazione cromatica indispone l’hostess che, sorriso perenne, si avvicina e si informa premurosa sulla mia salute. Io, che stringo tra le mani un sacchetto con sopra scritto “La prossima volta metti in valigia il Vomit-stop” mi informo altrettanto premurosamente sulla professione della sua mamma.

Beh, se non altro, sino ad ora le paventate turbolenze non ci sono state. Ma qual è il momento in cui, tradizionalmente, si scatenano gli elementi? Ovviamente non appena l’hostess appoggia sul tuo tavolinetto quella maleodorante pozione che illegittimamente si fregia del titolo di caffè. Fase di atterraggio: giuro che se applaudono il pilota, faccio una strage! Mica si applaude l’idraulico quando cambia un tubo o il fruttivendolo quando ci imbusta le banane! E allora perché, quasi a ogni atterraggio, è tutto un batter di mani? In fondo, riportandoci a terra, il pilota  ha fatto appena il dovere suo. Vediamo di capirci, caro il mio bel Tom Cruise nostrano, a terra mi hai presa e a terra mi ci riporti e vedi di fare in modo che l’atterraggio sia tale da non comportare la fuoriuscita del plasma dal mio corpo perché, parliamoci chiaro, l’unica certezza quando si vola è che a terra, bene o male, ci si torna!

Last Minute

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This entry was posted on May 1, 2013 by in Spirito di Patata, Uncategorized.
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