Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Storia minima della biancheria intima – Secondo episodio: come si perdeva la verginità negli anni ’90

Se nella prima puntata della “storia minima della biancheria intima” (vedi post del 20 maggio) abbiamo parlato del mutandone in cotone a banda larga, che insidia la vita delle donne sin della prima infanzia, oggi vi racconterò di una piaga che afflisse la giovinezza di quelle che, come me, sono state adolescenti negli anni ’90.

 Sto parlando del più esecrabile strumento di tortura mai concepito da uno stilista, dell’orrida invenzione che per un decennio sostituì le canottiere, del mostro transgenico nato dalla combinazione dei DNA di una maglietta della salute, uno slip e una muta da sub.

 Sto parlando del body, una sorta di maglietta in tessuto elasticizzato culminante in due triangoli di stoffa da congiungersi, in zona pubica, mediante acuminati gancetti metallici.

il body, una tortura anni '90

 Per infilare un body elasticizzato erano necessari un barattolo di talco, una sporta di pazienza e almeno due o tre ore di tempo.

 Ai tempi del liceo per entrare a scuola alle otto, dovevo svegliarmi quantomeno alle quattro del mattino.

Come si indossava il body: infilavi il body – spesso a collo alto – dalla testa e, se sopravvivevi all’asfissia, iniziavi a tirarlo verso il basso nel tentativo di congiungere i due triangoli di stoffa.

Quando, dopo circa un’ora, eri riuscita a far arrivare i lembi inferiori all’altezza dell’ombelico e tentavi di congiungere le due estremità per agganciare i bottoncini bastardi, in genere eri colta da un crampo alle mani, mollavi la presa e, il tessuto stretch, si produceva in un effetto tapparella che ti faceva ritrovare il body attorno al collo a mo’ di sciarpa.

 Allora, colta dalla paura di arrivare tardi scuola per l’ennesima volta, afferravi risoluta i due lembi e, trattenendo il respiro nel tentativo di restringerti e, possibilmente, anche di accorciarti, riuscivi finalmente ad agganciare quel maledetto arnese.

 La soddisfazione per l’opera compiuta durava pochissimo a causa del “teorema dell’elastico”, ovvero quel fenomeno per il quale finché lo tiri un elastico si allunga ma, appena lo molli, torna alla sua lunghezza originale.

 Così, in un nanosecondo il body si ritirava, tagliandoti in due dalla patata sino all’ombelico e conficcandoti gli appuntiti gancetti nella carne viva.

 E’ stato così che noi ragazze degli anni novanta abbiamo perso la verginità ed è stato sempre così che furono inventati i piercing nelle parti intime.

 L’antitetanica, invece, per fortuna era stata inventata già da svariati decenni, altrimenti il body avrebbe causato lo sterminio di un’intera generazione di donne.

 Ma se il body era pericoloso a indossarlo, lo era ancora di più a slacciarlo. Suonava la campanella della fine dell’ora, tu avevi solo pochi minuti per andare in bagno, sganciavi il body con noncuranza ed ecco ingenerarsi un effetto fionda: il lembo anteriore del body ti schiaffeggiava in pieno volto, sfregiandoti con i gancetti metallici.

 Negli anni ‘90 potevi  verificare se un ragazzo era un contaballe o se aveva davvero concluso qualcosa con una ragazza, verificando sul suo volto la presenza degli sfregi da body.

Immagine

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2 comments on “Storia minima della biancheria intima – Secondo episodio: come si perdeva la verginità negli anni ’90

  1. vero
    May 23, 2013

    Questo purtroppo ce l’avevo….porto ancora le cicatrici! 😦

    • Desy
      May 23, 2013

      Una fenerazione ne porta i segni…

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This entry was posted on May 22, 2013 by in Spirito di Patata and tagged , , , , .
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