Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Mi girano le ruote – la disabilità come non ve l’avevano mai raccontata

Oggi ho l’onore di intervistare una donna che rappresenta in maniera perfetta, quasi empatica, i valori ispiratori di Patataridens, il blog dedicato alla comicità femminile.
Innanzitutto la donna in questione è una psicologa – e sappiamo benissimo che la comicità femminile è innanzitutto psicologica – in secondo luogo è una scrittrice dotata di una carica umoristica dirompente e, infine, è disabile.
Che dite? Su quest’ultimo punto non c’è granché da ridere?
E invece sì!
È proprio quel che sostiene Angela Gambirasio – Engy per amici e affini- autrice di Mi Girano le ruote, romanzo autobiografico edito da Voltalacarta editrici.

Ciao Engy, grazie per aver accettato questa intervista, così su due piedi… Azz…
Ehi voi che ci leggete, non è il caso che siate imbarazzati per me. La mia non è stata una gaffe. Magari ne farò qualcuna nelle prossime righe, ma in questo caso mi serviva un pretesto per introdurre un concetto fondamentale cioè l’autoironia, dote concessa indiscriminatamente sia a normodotati che a disabili.
Engy, tu ti definisci “l’ultimo ritrovato” di una nuova generazione di disabili, ovvero conosci i tuoi limiti ma, soprattutto, le tue virtù e tra queste c’è sicuramente l’umorismo. Quanto è importante l’umorismo nella tua vita?

Credo che se non fossi tanto capace di ridere delle disavventure quotidiane che un disabile deve sopportare in Italia, avrei già optato per il suicidio, probabilmente in un attentato kamicaze contro qualche barriera architettonica. Molte persone credono che si possa ridere solo di alcune cose, dimostrando così di non aver capito come vivere meglio. Non è che se non ridi di morte, malattie e problemi, allora le scampi. Anzi, fossi io il Triste Mietitore, ucciderei prima di tutto le persone noiose, per non sentirle più lagnarsi.

Come ipovedente (già… non ve l’ho mai detto perché non si è mai presentata l’occasione, ma anch’io nasco con un difetto di fabbrica) mi ha sempre dato sui nervi il termine diversamente abile. Il fatto che non veda granché, non vuol dire che abbia ricevuto (o acquisito) abilità da X-Men tipo super olfatto, iperudito o telecinesi. Nel tuo libro affronti in maniera molto simpatica i mille modi che i normodotati s’inventano per definire i disabili. Vuoi parlarci delle tue perplessità sul termine “portatore di handicap”?

A me il termine handicappato, nudo e crudo, piace. Avere un “handicap” significa che c’è un “ostacolo” (un gradino, una scala, un WC stretto…) e che, rimosso quell’ostacolo, sei una persona come tutte le altre. Io non mi sento molto “portatore di ostacoli”: semmai sono architetti, ingegneri e costruttori insensibili al problema delle barriere i veri “portatori di ostacoli”. Handicappato è figo: pure nel golf più sei handicappato più sei bravo. Non è che se la gente ha un vocabolario ristretto e si insulta dandosi dell’handicappato, devo ridefinirmi io. Vorrà dire che farò la stessa cosa, chiamando “normodotati” tutti gli stronzi che incontro. Immagine

Ora passiamo alla domanda che più detesti: “Come è successo?” No, aspetta! Prima di prendere la rincorsa per investirmi, sappi che mi riferivo all’idea di scrivere il libro. Da cosa è nata questa meravigliosa idea?

A tutti dico che è stato un po’ per caso e un po’ perché gli amici continuavano a insistere. A te dirò la verità: l’idea di scrivere un libro mi è venuta dopo la seconda doppio malto.

Ognuno ha le sue fonti d’ispirazione. Lo scopo di questo libro, come spieghi nelle prime pagine, è di far conoscere ai bipedi quanto può essere buffo il mondo visto da una carrozzina a motore. Qual è invece il messaggio che vuoi dare ai disabili?

Sicuramente che sono stufa di essere una delle poche che si attiva in prima persona, con esposti, denunce e giornali, per combattere l’inaccessibilità dei servizi e dei trasporti pubblici. Dovete uscire di casa e rompere le palle al prossimo. So che è difficile – uscire di casa, non rompere le palle -, ma finché ve ne state richiusi a lamentarvi su Facebook dell’ingiustizia del mondo, non costituite un vero problema per i bipedi, tranne quelli che vivono con voi. E chi glielo fa fare allora agli altri di abbattere delle barriere, quando il problema si risolve da solo, grazie all’auto-esilio?

“Posso dirti che sei carina?” Questa è una domanda retorica (quanto idiota) che spesso si sentono porre le donne in generale e molte disabili in particolare. Secondo te qual è la ragione? Noi disabili siamo tutte mostruosamente fighe? Oppure il normodotato dà per scontato che non dovremmo esserlo e quindi, riscontrata la figaggine, si sente in dovere di esplicitarla?

Io scelgo l’opzione “siamo tutte mostruosamente fighe” e, ciò che ci rende fighe, spesso è la personalità: sicuramente abbonda nelle disabili che, nonostante le difficoltà logistiche, riescono ad andare abbastanza in giro da farsi notare. E’ da dire poi che gli uomini sono uomini e se ti metti scollacciata, la sedia a rotelle magari manco la notano subito. Perché chiedono il permesso di dirmi che sono carina? Forse perché guido una carrozzina a motore da 116 kg e non vogliono correre il rischio di sembrare inopportuni. Sì, poi c’è anche la possibilità che lo facciano perché si stupiscono che una creatura su sedia a rotelle mostri chiari connotati sessuali della quinta taglia, ma se ragionassi così, non l’avrei mai data a nessuno.

Io sono ipovedente e pure ipo-popputa…. Mannaggia! Tornando a noi, le prime mille copie del tuo libro sono già state razziate e ora i lettori stanno velocemente dando fondo alla prima ristampa. Un grande successo, specie tenuto conto del fatto che siamo in Italia – dove i libri vendono poco – e che il libro è stato pubblicato da una piccola – ma indomabile – casa editrice. Dopo questo grande successo, quali sono i tuoi progetti futuri? Quale strampalata idea sta maturando in quella bella testolina?

Per ora mi sto dedicando anima e corpo al progetto “Adotta una barriera e abbattila” e invito tutti a visitarne la pagina Facebook. In sostanza, chiediamo a bipedi e non di scegliersi un ostacolo (un marciapiede senza scivolo, un negozio con gradino, un bagno per disabili usato a magazzino o anche casa propria…) e ad adoperarsi per rimuoverlo, costruendo una pedana o rompendo le palle a chi di dovere. Non serve partire dalle grandi imprese edilizie: basta cambiare una piccola realtà e inviare la foto del successo ottenuto ad abbattiunabarriera@gmail.com Se ognuno abbattesse una e una sola barriera, nel giro di un paio d’anni, vivremo in un mondo per tutti… anche per i bipedi che arriveranno a 130 anni. Penserete mica che a 130 anni vi reggerete in piedi? Se avrete fatto mettere lo scivolo al bar, potrete però ancora prendervi cappuccio e brioches – alla faccia del colesterolo che non vi ha ucciso giovani – anziché starvene chiusi in casa. Insomma: è un investimento sul futuro di ciascuno.
Giusto per abbattere altre barriere, sto poi lavorando con Erminia Gagliotta alla realizzazione di un audiolibro casalingo di “Mi girano le ruote”, che sarà disponibile gratuitamente per chi ha un handicap di lettura… certo le donazioni eventuali saranno ben viste, che io ci vedo benissimo.Tranquilli che non mi intascherò nulla: ci tengo di più a farmi costruire scivoli che a fregare il malloppo… che poi dove fuggo se ci stanno scale ovunque?
Infine, spero pure di riuscire a realizzare qualche video comico-educativo per il web con la mezza cecata che cura questo blog, al fine di abbattere finanche qualche stereotipo culturale.

Mezza cecata? Magari. Calcolando la vista di un normodotato dire che sono cecata almeno per quattro quinti! Comunque, va bene, vada per i video. Non vedo perché no… Azz… Autogoal! Grazie per essere stata con noi Engy e a presto. Mantieniti sempre cosi: intelligente, ironica e portatrice di figaggine.

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