Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Alla ricerca di Dory e dell’umorismo perduto

Cosa succede quando un uomo e una donna decidono di andare al cinema?

Lei proporrà un film mieloso o cervellotico (o entrambe le cose).

Lui proporrà un film violento o demenziale (o entrambe le cose).

Dopo accese discussioni, la coppia si orienterà su di una terza opzione capace di accontentare le aspettative di entrambi: un bel film d’animazione.

Ecco come mi sono ritrovata, la scorsa domenica, in una sala cinematografica semi deserta a guardare “Alla ricerca di Dory”, il sequel di “Alla ricerca di Nemo”.

Ho una particolare predilezione per i sequel. Vedere il sequel di un film che si è amato è come trovarsi tra vecchi amici. Per contro capita spesso che un sequel sia deludente rispetto al primo episodio.

Com’è stata la mia ricerca di Dory?

Purtroppo un po’ deprimente, anzi, un bel po’ deprimente; credo che Finding Dory sia il film d’animazione più angosciante prodotto dalla Disney dopo Bambi.

La scena si apre su un pietoso quadretto di famiglia composto da Nemo, un piccolo pesce pagliaccio dalla pinna atrofica; Dory, una pesciolina affetta da demenza ittica e Marlin padre di Nemo e badante di entrambi.

La smemorata Dory, che tanto mi ha divertito nel primo episodio, per tutto il film è pervasa da angoscianti déjà vu che la inducono a voler cercare i propri genitori.

Dopo un po’ di battibecchi (si può dire battibecchi parlando di pesci?), i tre fenomeni da baraccone partono alla ricerca dei genitori di Dory ma, dopo appena una manciata di fotogrammi, si innesca un rutilante carosello di sfighe: Nemo resta ferito, Marlin dà la colpa a Dory prendendola a male parole, Dory per rimediare al danno va a cercare aiuto ma viene pescata e portata in un parco oceanografico.

Da quel momento il film è tutto un alternarsi di sensi di colpa, ricordi traumatici, incontri spiacevoli e un odioso susseguirsi di perdersi, ritrovarsi e ancora perdersi, per almeno una mezza dozzina di volte.

Dopo 40 minuti di proiezione tutti gli spettatori – bambini inclusi – stavano collassando silenziosamente sul proprio asse.

E il lieto fine?

Sì, almeno quello ce l’hanno messo, ma è arrivato dopo un’ora e mezza  di stracciamento di balle.

La prossima volta che io e il mio compagno avremo voglia di andare al cinema, giuro che il film lo lascerò scegliere a lui.

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