Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Dove scappi? – quando i nodi non vengono al pettine

 

Uno degli aspetti più divertenti del pubblicare libri è presentarli nelle librerie, ai festival o alla radio e farsi intervistare (a tal proposito vi suggerisco di leggere un articolo che ho scritto per la rubrica Chi si autopubblica diventa cieco).

Le domande degli intervistatori – che spesso non hanno avuto modo di leggere il libro – sono all’incirca sempre le stesse: come ti è venuta l’idea, quanto c’è di autobiografico, perché qualcuno dovrebbe leggere il tuo libro etc.

Una domanda meno ovvia, che però mi pongono tutti gli intervistatori a proposito del mio secondo romanzo,è la seguente: perché questo libro non ha i capitoli bensì i nodi?

Inizio col rassicurare gli eventuali puristi confermando che Dove Scappi? –romanzo eroticomico in 50 nodi (Golem edizioni) di capitoli ne ha ben 50 – anzi 51 a voler ben contare – e il fatto che siano stati “battezzati” nodo 1, nodo 2, nodo…etc. non li rende meno “capitolosi”.

Perché ho chiamato i capitoli nodi?

Essenzialmente per due motivi:

  • Il romanzo, pur essendo comico, ha una sfumatura erotica (ma non una sfumatura di grigio!). La storia tratta infatti di bondage, l’antica arte erotica giapponese basata sulla costrizione dell’amante con corde di seta. Inutile aggiungere che per legare qualcosa (o in questo caso qualcuno) i nodi sono indispensabili.
  • Per fare un tavolo ci vuole il legno, ma per fare una storia di vuole un nodo, per la precisione un nodo drammatico. I nodi drammatici sono quegli eventi o circostanze che impediscono a un personaggio di seguire un percorso lineare. Se Cappuccetto Rosso, andando nel bosco a portare la focaccia alla nonna, non incontrasse il lupo (il nodo drammatico) non avremmo una storia ma solo un fatto di cronaca, con sfruttamento di minore e abbandono di anziano. Nel mio romanzo in ogni capitolo/nodo qualche situazione si aggroviglia e qualche mistero si dipana, sino a giungere al gran garbuglio finale – un gomitolone fatto di problemi di lavoro, amicizia, sesso ed affetto -, che la protagonista dovrà provare a sciogliere.

Spero di avere risposto alla domanda – che peraltro nessuno di voi mi aveva posto – in maniera chiara ed esaustiva, e vorrei farmi perdonare per lo sproloquio narcisista, offrendovi uno stralcio del mio romanzo.

In questo brano i nodi si sprecano, e sono sia reali (fatti con le corde) che letterari.

Se volete un assaggio di lettura più consistente, potete scaricare i primi tre capitoli dal portale Amazon. Il libro è disponibile sia in versione cartacea che in ebook.

…e buona lettura

(…) dal mio cellulare echeggia un be-beep. Ci sono tre messaggi e sono tutti di Ale. Apro il primo. L’sms è vuoto. Apro il secondo. Idem come sopra. Il terzo, invece, contiene una specie di parola: A4IVO. Dunque, chiaramente il quattro è lì per sbaglio. Che lettere ci sono nei pressi del tasto del quattro? Dunque, la G (aguvo?), l’H (ahuvo?), la I (aiuvo?) Aspetta… Aiuvo… Aiuto! Ale sta chiedendo aiuto, lo chiamo immediatamente, il telefonino squilla a vuoto. Lo richiamo, finalmente risponde.

«Ale come va?»

«Mmnnnft! Mmnnnft

«Non ti capisco, sei ferito?»

«Mmnnnft! Mmnnnft

«Dove sei?»

«Mmnnnft

Non essendo Mmnnnft una risposta esaustiva riattacco il telefono e provo a chiamarlo al numero di casa; se risponde quantomeno l’avrò localizzato. Il telefono squilla a lungo, poi il ricevitore si alza e sento un tramestio accompagnato da tonfi di oggetti che cadono.

«Resisti, arrivo subito».

Abbandono la scrivania alla velocità della luce e mi scapicollo giù per le scale sino all’ingresso.

«Presto» urlo alla receptionist, «mi chiami un taxi».

«Buongiorno dottoressa, è arrivata della posta per il suo capo, posso darla a lei?»

Vedo un taxi fermo davanti al cancello, con scatto di ghepardo lo raggiungo e mi ci infilo, scalzando con un’allegra culata i due indiani in giacca e turbante che stavano per prendervi posto. Ora so come si dice “Ma vaffa’ te e le tue prossime reincarnazioni” in lingua indù.

«Presto» ordino al taxista, «mi porti in via Sant’Agostino ».

«Ma è in centro» risponde deluso.

«Perché, le fa schifo il centro?»

«Mi avevano prenotato una corsa per l’aeroporto».

«Le hanno mentito, se ne faccia una ragione e mi porti dove le ho chiesto».

Il taxista mette in moto e bofonchia qualcosa. Ora so anche come si dice “Ma vaffa’ te e le tue prossime reincarnazioni” nel suo dialetto.

«Oggi hanno tutti fretta» attacca il taxista, «tutti che corrono, era meglio una volta quando….»

«C’erano le mezze stagioni e qui era tutta campagna, sono d’accordo con lei ma ho un’emergenza, cerchi di sbrigarsi».

Il taxista inchioda e mi fa cenno di abbandonare il veicolo.

«Mi scusi» tento di giustificarmi, «devo soccorrere una persona che non sta bene».

«Poteva dirlo subito, porco cane» grida ripartendo a bomba e facendomi spiaccicare contro il sedile anteriore, «perché non manda un’ambulanza?»

Già, sarebbe più ragionevole, eppure ho la sensazione che sia meglio di no. Il taxista mi scarica davanti a casa di Ale in pochi minuti, fregandosene di sensi unici, precedenze e divieti assortiti. Scendo dall’auto come da un giro sull’ottovolante, ho appena il tempo di reprimere un conato di vomito che mi rendo conto di non avere con me le sue chiavi di casa. Provo a suonare, ovviamente non risponde.

«Ha bisogno di qualcosa?» domanda la donnetta minuscola che sta spazzando l’androne.

«Salve, devo andare dal signor Nardi».

«Alessandro? È tanto un bravo ragazzo. Lei è la fidanzata, vero?»

«A dire il vero io…»

«Ha provato a suonare? Non risponde, eh? Ma è in casa, sa? Di qui non è passato e io non mi muovo da stamattina» la portinaia mi travolge con una valanga di ciance, «ogni tanto non sente il campanello, è sempre attaccato a quel benedetto computer. Ma lei che è la fidanzata lo faccia uscire un po’ che non gli fa bene star sempre tappato in casa, tanto più che…»

«Signora, mi scusi se la interrompo, ma credo che Alessandro abbia avuto un malore, ho bisogno delle chiavi per entrare».

«Giovanni!» urla in direzione della guardiola, «C’è qui la fidanzata di Alessandro che ha bisogno delle chiavi, portamele subito che andiamo tutti a vedere se sta bene. Dai, che forse ha avuto un malore».

Esce dalla guardiola un omino ancora più minuscolo della moglie, con una giacca di tre o quattro taglie più grande e un abnorme mazzo di chiavi in mano.

«Un malore?» ripete con voce roca, «avrà i postumi di una sbornia, l’altra sera è rientrato tondo come una biglia, si trascinava sui gomiti».

«Giovanni» lo riprende la consorte, «son cose da dirsi davanti alla fidanzata?»

L’uomo mi porge il ciclopico mazzo di chiavi.

«È una di queste».

Afferro il mazzo, mi lancio su per le scale e arrivo boccheggiante davanti alla porta: «Ale, stai tranquillo» ansimo, «dammi il tempo di trovare la chiave giusta ed entro».

«È quella con scritto undici» scandisce la voce roca di Giovanni alle mie spalle, «è corsa via come una pazza, non mi ha dato il tempo di dirglielo. E poi poteva usare l’ascensore, no? Vuol farsi prendere un colpo pure lei?»

«Giovanni, insomma» lo riprende nuovamente la moglie, «non parlare così alla fidanzata di Alessandro».

«Ma Luisa, è colpa mia se sta con un ubriacone? Lasci fare a me che ‘sta serratura è capricciosa. Glielo dico col cuore, e guardi che potrei essere suo padre: molli quel filibustiere e si cerchi un bravo ragazzo, che quello lì, tanto, mica la sposa, sa?»

Finalmente la porta si apre, driblo Giovanni e mi fiondo in casa.

«Ale dove sei?»

Tutto tace. Sul tavolino d’ingresso il telefono ha la cornetta staccata, e per terra giace abbandonato il suo cellulare. Seguo un impercettibile gemito. Eccolo Ale, disteso a fianco del letto, imbavagliato e legato mani e piedi.

«Oh Santi Cosma e Damiano» grida la portinaia, «sono venuti i ladri e hanno legato il signor Alessandro per derubarlo».

«Ma quali ladri, Luisa?» la rimbrotta il marito, «Da dove sarebbero entrati che abbiamo aperto noi? Vieni via, questa è gente strana, secondo me ‘sto qui è pure drogato».

Giovanni esce di scena trascinandosi appresso la reticente Luisa che, a giudicare dall’espressione di furetto, vorrebbe rimanere per conoscere i dettagli. Chiudo la porta e mi accingo a sbavagliare Ale, operazione che nei film mi era sembrata più semplice.

«Il manuale suggeriva di usare corde di seta ma…»

«Il manuale?» le mie dita che stavano per eseguire l’ordine si immobilizzano indignate, «Vuoi dire che… Senti bello, ho mollato il lavoro per correre da te e non slego proprio un bel niente finché non mi avrai dato una spiegazione il più possibile logica!»

Ale indica – come può, visto che è ancora mummificato – alcuni fogli sparsi sul pavimento. Li raccolgo, li ordino e leggo: Bondage e Self Bondage – l’arte di legare, farsi legare e legarsi da soli.

«Lo dicevo che a forza di vivere appiccicato al PC ti si sarebbe formattato il cervello! Ma come cavolo ti è venuta in mente un’idiozia del genere?»

«Tra due settimane incontrerò Catena e volevo documentami. Un articolo che ho trovato in rete consigliava di partire dal self bondage, così ho scaricato il manuale di un accreditato studioso americano e…»

«E hai provato a legarti da solo, non fa una piega».

«Ti prego di non giudicare cose che non conosci, il bondage è un’arte antica fondata su…»

«Giusto» lo interrompo, «mai giudicare senza informarsi, vediamo cosa dice il manuale. Iniziamo dalla premessa: “Cos’è il Bondage? Dall’inglese to bond, legare, costringere. Antica arte erotica giapponese (karada), ad alta valenza rituale, basata sulla costrizione fisica dell’amante realizzata mediante l’ausilio di corde di seta di colore rigorosamente bianco o nero”. Avevi ragione, è un argomento non privo di fondamenti storici».

«Dai, non fare la cretina e slegami!»

«Odio essere interrotta mentre leggo, guarda che non ci metto né uno né due a imbavagliarti di nuovo. Dov’ero rimasta? Ah, sì: “Oggi con il termine bondage si indicano un insieme di pratiche basate sull’immobilizzazione, parziale o totale, di un soggetto (il sottomesso) e sulla sua costrizione in posizioni o situazioni imposte da un secondo soggetto (il bondager)”. Vediamo se ho capito… In questo momento tu che sei immobilizzato sei il sottomesso, mentre io che ti sottopongo all’ascolto di questo capolavoro letterario, sono il bondager, giusto?»

«Ok, vuoi farmela pagare, ma sono legato così da ieri sera e non sento più le gambe».

«Hai ragione, saltiamo la premessa e andiamo al sodo: “capitolo I – Il self bondage: la principale difficoltà del self bondage, o Auto-bondaggio è quella di ricreare da soli la sensazione di impossibilità di movimento, senza precludere la possibilità di slegarsi autonomamente quando lo si desidera”. Questo paragrafo ti era sfuggito?»

«Qualcosa non ha funzionato, ora però slegami!»

«No, aspetta, ora viene il meglio: “Si sottolinea che, anche con le dovute precauzioni, esiste comunque un numero non esiguo di soggetti deceduti a causa di un errore tecnico”. Capito? Potevi morire per un errore, magari per uno di stampa».

«Non esagerare, dai slegami ti ho detto!»

«Non esagero, il manuale parla chiaro e trattasi di studio serissimo, supportato da dati statistici: “un rapporto del dipartimento di medicina legale del corpo di polizia dell’Ontario (Canada), risalente al 1991, segnala 117 decessi per asfissia da autoerotismo nell’arco di 13 anni”».

«Va bene, lo ammetto, ho fatto una cazzata, ora sei soddisfatta?»

«Quasi, qui al capitolo terzo c’è una cosa interessante che mi preme di leggerti: “Per la propria sicurezza il sottomesso deve condividere con il bondager una o più save-words. Qualora il sottomesso dovesse provare dolore o semplicemente disagio, gli sarà sufficiente pronunciare la save-word precedentemente concordata, affinché il bondager lo liberi o allenti le legature. Si consigliano parole brevi e semplici, facilmente pronunciabili anche qualora il sottomesso sia imbavagliato”».

«Adesso stai davvero esagerando, devo pisciare, liberami!»

«Certo, non appena avrai pronunciato la save-word. Ripeti con me: fatta eccezione per la cintura dell’accappatoio, non mi annoderò mai più niente addosso».

«Va bene, promesso».

Con maestosa lentezza slego i bendaggi aiutandomi, nei casi di maggior difficoltà, con delle forbicine da manicure. Ora Ale è finalmente libero ma i polsi e le caviglie mostrano vistosi segni violacei, mentre gli arti sono ancora intorpiditi a causa del rallentamento dell’afflusso sanguigno. Lo aiuto a sedere sul letto e gli porto da bere, il tutto continuando a ricordargli con il più svariato eloquio, quanto sia stato coglione a fare una cosa tanto imprudente.

«Mi spiace di averti fatto spaventare» mi dice in tono vergognoso, «però vorrei tanto piacere a Cate».

«Questo lo capisco, ma per piacerle non puoi essere semplicemente te stesso? Tu e lei dovrete per forza legarvi come delle mortadelle? Non potete fare sesso come tutti, in maniera normale?»

«La normalità è un concetto tipicamente borghese».

Oh santo cielo, mi è entrato in modalità collettivo studentesco. Ma ora ti aggiusto io, caro il mio militante!

«Dai» insiste, «dammi una definizione di sesso normale, se ne sei capace».

«Be’, direi che possiamo parlare di sesso normale quando entrambi i soggetti coinvolti, alla fine dell’atto sono in grado di fumare una sigaretta. Quando invece, uno o entrambi, fumano già di loro per autocombustione, allora possiamo dire che i miei limiti piccolo borghesi di normalità sono stati valicati».

Ale si lascia cadere sul letto in segno di resa.

«Per fortuna sei un freelance, altrimenti non ti sarebbe stato facile spiegare al capo le ragioni della tua assenza. Io, invece, ho un principale al quale render conto e me ne torno di corsa in ufficio».

«Aspetta» mi ferma, «ti ho fatto saltare il pranzo, mangiamo qualcosa insieme così mi racconti di quel che ti è successo ieri in Toscana. Mi hai scritto di un incontro incredibile».

«Lascia perdere» dico rassegnata avviandomi alla porta, «fino a poco fa mi sembrava incredibile, ma a confronto con le tue trovate qualunque cosa diventa di una banalità sconfortante».

«Fermati» implora, «non te ne andare, ho paura».

«Paura di cosa?»

«Di invecchiare».

«Oh Madonnina reggimi…»

«Non succede mai niente, tutto è sempre uguale. Cambiano le mode, i locali, le vacanze, ma alla fine siamo gli stessi bambini di sempre; solo un po’ più grassi e stempiati».

«Parla per te tesoro, e comunque crescere e invecchiare sono cose inevitabili».

«Certo, ma io ho paura di invecchiare senza crescere».

«Ho perso due ore di lavoro e per rispettare le scadenze dovrò fermarmi in ufficio fino a tardi, almeno risparmiami lo psicodramma».

«Come diceva mia nonna: “Qui il cero si consuma, ma la processione non cammina”».

«E come diceva mio zio: “Vacci da solo prima che ti ci mandi io”».

Mi avvio verso l’uscita sentendomi, mio malgrado, un po’ più vecchia. Sono ormai sulle scale quando sento Ale farfugliare: «A buon rendere!»

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