Patataridens

Il blog della comicità al femminile

L’amore ai tempi del call center

Una domanda che gli scrittori, grandi e piccoli, si sentono rivolgere di frequente è quanto di personale si trovi all’interno dei loro romanzi.

Molti autori negano qualunque collegamento autobiografico con i loro personaggi, anche se quasi tutti concordano sul fatto che sia pressoché impossibile scrivere senza trasferire una parte di se stessi nei propri testi.

Personalmente non mi sono mai ispirata a me stessa per costruire un personaggio, se lo facessi sarebbe noioso per me che scrivo quanto per i lettori (non sono un soggetto troppo interessante).

Talvolta però, come è accaduto nel mio primo romanzo Tacchi e Taccheggi (Golem Edizioni), ho fatto vivere ai miei personaggi alcune mie vicende personali.

Tacchi e Taccheggi è un romanzo comico, con una spruzzata d’acido e una spolverata di piccante, che racconta la vita di due donne molto differenti tra loro, accumunate dal vizio di rubacchiare nei supermercati.

Tranquilli, potete togliere le mani dalle saccocce, perché il tratto autobiografico del romanzo non riguarda il vizio del taccheggio. Ho taccheggiato una sola volta nella mia vita; avevo dieci anni e ciò che rubai fu la sorpresina contenuta in una confezione semiaperta di sofficini (sì mamma, te lo ripeto per l’ennesima volta: la scatola era già aperta, giuro!).

Ciò che nel romanzo Tacchi e Taccheggi c’è di realmente autobiografico, è il mestiere di uno dei personaggi.

Ho lavorato in un call center per pagarmi gli studi universitari, e in quegli anni ho raccolto una serie di aneddoti tragicomici che ho voluto regalare (gran brutto regalo) a Lydia, una delle protagoniste del romanzo.

Lydia ovviamente non esiste: fittizi i suoi problemi economici, falso il suo vizietto per il furto, inesistente il pessimo rapporto con la madre e fasulle le sue patetiche pene d’amore.

Qualcosa di Lydia è però assolutamente vero, vissuto e autentico: le sue piccole e grottesche peripezie al call center, sono le mie piccole e grottesche peripezie al call center.

Qualcuno di voi ha mai lavorato in un call center?

Se vi è capitato vi ritroverete nel capitolo di Tacchi e Taccheggi che trascrivo qui di seguito, e se invece avete avuto la fortuna di risparmiarvi questa esperienza, continuate a leggere per gioire dello scampato pericolo!

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Capitolo III

“Ti prego, non di nuovo quella col microfono che si stacca!” Lydia era in coda al banco del Team leader e osservava, livida d’invidia, i colleghi che con aria superba ritiravano una scatola di cartone con il loro nome scritto a pennarello. Marta Bani, Antonio Cecchi, Luisa Todisco…

Tutti fortunati titolari di un contratto annuale. Già, perché solo quei pochi eletti avevano diritto alla cuffia personale. Per i “trimestri” come lei invece, c’erano le cuffie “condivise”; sgangherate, rattoppate e col gommino del microfono intriso da mille differenti salive interinali.

Davanti a lei nella fila c’era la spilungona dai capelli rossi, quella troietta ci metteva sempre mezz’ora per scegliere la sua cuffia e il team leader con lei non si spazientiva mai. Lydia guardò l’orologio, il suo turno incominciava alle 12.00, vale a dire che avrebbe dovuto effettuare il log-in entro tre minuti e ventisei secondi e, tanto per aggravare la situazione, la Fatina del Mestruo aveva iniziato a usare le sue ovaie come punchingball.

Nel call center vigeva una sorta di gerarchia indù: al gradino più basso c’erano i Paria – gli intoccabili – quelli a cui assegnavano i turni settimanalmente, poi i Shudra – i servitori – coloro che come Lydia avevano un contratto trimestrale, i Vaishya – i mercanti – con contratto semestrale, i Ksahatrya – i notabili, con contratto annuale e infine i Brahmana – i sacerdoti, coloro che non avevano in testa una cuffia e che abitavano il tempio di cristallo, ovvero il cubicolo di vetro in fondo al grande open space; impiegati amministrativi, sistemisti informatici e dirigenti. Si mormorava che esistesse anche un’ulteriore casta, prevista per legge ma invisibile al mondo, ovvero quella dei lavoratori a tempo indeterminato. Si diceva che ve ne fossero una decina e che, almeno in apparenza, fossero normali operatori in–bound, ma nessuno degli altri telefonisti era mai riuscito a individuarli, né tantomeno a dimostrare la loro esistenza. Certo, qualche volta i “sospetti” cadevano su questo o su quell’altro operatore, come quando Gianna annunciò di essersi comprata un appartamento. “Se si è comprata casa” mormoravano i colleghi, “allora le hanno concesso un mutuo e nessuna banca ti concede un mutuo se non hai un lavoro a tempo indeterminato”.  Quando tutti si sentivano a un passo dalla soluzione del mistero, venne fuori che Gianna aveva ereditato una bella somma da un’anziana e defunta zia.

La spilungona rossa aveva finalmente individuato la sua cuffia preferita e si stava dirigendo a una postazione libera, l’ultima rimasta accanto alla finestra. Ecco, ora Lydia avrebbe dovuto sedersi nella fila centrale, quella accanto al corridoio. Lei odiava la postazione lato corridoio perché tutti quelli che passavano sfregavano il fianco sul suo gomito.

Venne il suo turno e il team leader, un trentenne stempiato e sfigato che lì dentro tutti trattavano come una divinità, le porse una scatola ammaccata e senza coperchio.

“Ecco” pensò Lydia, “di nuovo la cuffia col microfono penzolante”.

«Perché te ne stai lì impalata? Muoviti, il tuo turno inizia tra… come non detto, è iniziato da quaranta secondi. Sbrigati o ti segno quindici minuti di penale.»

Gancio destro all’ovaio sinistro. Ahia… La Fatina del Mestruo quel mese era notevolmente in forma, oltre che molto in anticipo.

Lydia prese le sue cuffie derelitte e si sistemò nella ancor più derelitta postazione lato corridoio. Con i team leader non c’era da discutere, erano stronzi per ruolo e, qualcuno, lo era anche per vocazione. Già, perché tra le divinità amministrative residenti nel sacro cubo di cristallo e i normali operatori da sei euro e cinquanta l’ora, imperavano e imperversavano i team leader, ridicoli e spocchiosi kapò assunti, pure loro, rigorosamente con contratto interinale. Venivano reclutati tra gli operatori che, in mesi di onorato servizio, avevano mostrato attitudine alla “pro-attività” e alla “leadership”, che era un modo anglofono e aziendalistico per dire “indole bastarda e indicibile faccia da culo”. I team leader potevano attribuire punizioni dantesche ai dannati del loro girone, tipo cambi di turno a sorpresa che li costringevano a lavorare il sabato sera o la domenica mattina anche per tre o quattro settimane di fila. Stare sul culo al team leader equivaleva a gustare l’inferno in terra.

Si narrava che, qualche anno prima, un biondo operatore di nome Dario ebbe la sventura di farsi beccare nell’angolo “caffè e relax” durante  la legittima pausa sindacale, nell’atto di limonare duro con una collega sulla quale un team leader aveva poggiato il suo lubrico sguardo spermatico. Il poveretto fu immediatamente cambiato di ruolo, passando dal servizio in-bound di assistenza clienti a quello out-bound di vendita diretta di servizi assicurativi.

Un montante all’ovaio sinistro la distolse dall’orribile pensiero. La fatina stava mettendo KO le sue Trombe di Faloppio. “Avrò qualche assorbente nella borsa?” pensò Lydia e, nel dubbio rispose alla prima chiamata.

«Buongiorno, sono Lydia del Servizio Cercatutto, come posso aiutarla?»

«Mi dà il numero di quel ristorante a Rovigo dove fanno bene il pesce?»

«Potrebbe darmi qualche ulteriore dettaglio, per cortesia?»

«Ha l’insegna azzurra a forma di pesce, mi pare.»

«Si ricorda per caso il nome o l’indirizzo?»

«Se sapevo il nome o l’indirizzo non chiamavo te a due euro al minuto, troia!»

Clic.

Ottimo inizio. Lydia non era una tipa paziente, non lo era mai stata, ma il lavoro al call center era l’unica membrana che la divideva da un enorme “te l’avevo detto” di sua madre. “Te l’avevo detto che dovevi finire le superiori”, “Te l’avevo detto che saresti finita con le chiappe a terra prima dei trent’anni”, “Te l’avevo detto che di quel Filippo non c’era da fidarsi!”.

Con Filippo ormai era finita da quasi due anni ma Lydia non l’aveva ancora reso noto a sua madre. Non era difficile tenere quel segreto, tanto sua madre non voleva vederlo né sentire parlare di lui, quindi bastava omettere la faccenda. Lei e sua madre non si vedevano quasi mai da quando, una decina di anni prima, Lydia se n’era andata di casa per trasferirsi “in città”, da Filippo. Sua madre, per fortuna, non si muoveva mai dal paesino del Monferrato nel quale viveva sin dall’infanzia; un pittoresco paese tra le colline, noto per l’ottimo vino, il bel castello nonché le inarrestabili ciance dei suoi abitanti. Se un giorno a sua madre fosse saltato il ticchio di prendere il treno per andare a trovarla, sarebbero saltate fuori tutte le balle che in quegli anni le aveva propinato. Lydia era un tipo orgoglioso – e in questo, anche se faticava a confessarlo persino a se stessa, era assolutamente identica a sua madre – e non poteva ammettere di avere fatto delle scelte che, all’alba dei suoi ventotto anni, l’avevano portata, proprio come diceva sua madre “chiappe a terra”. Per sua madre Lydia era impiegata in una grande azienda e viveva in un appartamento che sembrava essersi materializzato dal catalogo di un mobilificio. Per quanto riguardava l’impiego, Lydia non riteneva che si trattasse proprio di una balla, in fondo il lavoro che svolgeva era classificato come impiegatizio e l’azienda che controllava il call center era, in effetti, una multinazionale. A proposito del bell’appartamento, invece, Lydia aveva mentito e lo aveva fatto in maniera assolutamente mefistofelica. Non potendo raccontare a sua madre che da quando Filippo l’aveva piantata era stata costretta a prendere in affitto una mansarda con perdite d’acqua da doversi far crescere le branchie e con il bagno sul pianerottolo in condivisione con il vicino di casa, si era recata all’Ikea, aveva scelto l’ambientazione che più rispondeva ai suoi gusti, si era seduta sul divano e aveva pregato un cliente di passaggio di fotografarla con il cellulare. La foto, inviata alla madre via sms, portava il commento “Ecco il mio nuovo salotto”. Lydia non temeva di essere sbugiardata: fintanto che per sua madre Filippo era ancora il suo convivente, non si sarebbe mai azzardata a verificare di persona l’esistenza del salotto né della camera da letto, dello studiolo e del bagno che, su richiesta della curiosa genitrice, Lydia era tornata a fotografare il giorno successivo, sempre all’Ikea.

«Buongiorno, sono Lydia del Servizio Cercatutto, come posso aiutarla?»

«Come sei vestita?» domandò una voce ansimante dall’altro lato dell’apparecchio.

«Questo è un servizio di informazioni, signore» rispose Lydia rispettosa della procedura, «se desidera avere informazioni sarò lieta di fornirgliele ma…»

«Io voglio un’informazione» ansimò il tele-porco, «di che colore sono le tue mutande?» Il tele-maniaco era uno dei casi più frequenti e controversi del suo lavoro. Da procedura, gli operatori erano assolutamente autorizzati a interrompere le telefonate oscene, ma di fatto, erano incentivati a tenere in linea il suino per almeno sessantuno secondi, di modo da far scattare la tariffazione del secondo minuto di conversazione raddoppiando il prezzo della chiamata.

«Le mie mutande le ho comprate in un negozio molto carino in centro» rispose Lydia con naturalezza, «hanno un vasto assortimento di colori» Lydia digitò velocemente sul PC la voce Biancheria intima che le fece apparire i nomi degli inserzionisti, ovvero di coloro che pagavano una commissione per essere segnalati ai potenziali clienti. «Le ho inviato un sms con l’indirizzo e il numero di telefono del negozio. Li chiami, sono sempre contenti di parlare di biancheria.»

«Le commesse sono gnocche?» mugolò il segaiolo telefonico al sessantaduesimo secondo di conversazione.

Clic.

Lydia sorrise soddisfatta, il porco si era appena fatto ciucciare due minuti di conversazione più quaranta centesimi di sms. Al corso di addestramento le erano state illustrate svariate tecniche per far aumentare il costo di una chiamata. Di fatto, le era stato insegnato a infinocchiare il suo prossimo e quando a essere infinocchiato non era un vecchietto alla ricerca del numero della sua ASL di competenza, ma un lurido pervertito, la soddisfazione era innegabile. Bisognava godere di ogni piccola vittoria, visto che la soddisfazione al call center non era certo di casa. Oltre alla paga da fame, al precariato e ai team leader bastardi si aggiungeva, infatti, l’insoddisfazione generale di tutti i colleghi. Il call center non era la prima scelta di nessuno, ma un misero ripiego per sopravvivere.

Le postazioni brulicavano di “transizioni”. Ogni operatore era una sorta di crisalide che attendeva pazientemente di trasformarsi in qualcos’altro. In ordine crescente di disperazione, al gradito più basso c’erano gli studenti universitari che si pagavano le tasse scolastiche in attesa di diventare ingegneri, avvocati o dottori in scienze economiche.

Al gradino superiore c’erano gli aspiranti attori, musicisti, scrittori, pittori e via discorrendo, che tentavano di sopravvivere portando avanti i propri sogni. Poi c’erano i laureati disoccupati, che continuavano a lavorare al call center nell’attesa di trovare un lavoro adeguato al proprio titolo di studi e infine – all’apice di questa piramide di tristezza c’erano i “licenziati”, ovvero quelli che dopo anni di lavoro presso un’azienda o attività commerciale erano stati lasciati a casa e avevano trovato nel call center l’unica alternativa al vagabondaggio. Tra questi ultimi vi erano soprattutto madri, licenziate con arzigogolati espedienti al limite della legalità per il solo fatto di essersi permesse di mettere al mondo un figlio.

«Buongiorno, sono Lydia del Servizio Cercatutto, come posso aiutarla?»

«Salve, mi passi la famiglia Narducci di Roma e faccia veloce, lo so che voi altri temporeggiate per farci pagare di più, è uno schifo.»

«Ho cinquecentoventisei risultati per Narducci su Roma, può darmi qualche indicazione in più?»

«Lei è una ladra, ci prova gusto a farmi spendere soldi eh? È una vergogna, in Italia è tutto una vergogna!»

L’Indignato cronico era un altro dei tipici utenti del call center, un utente molto redditizio tra l’altro. L’Indignato cronico chiamava, faceva una domanda della quale probabilmente non gliene fregava nulla e poi attaccava una lamentevole filippica di almeno cinque minuti.

Lydia, dopo aver estorto all’Indignato cronico qualche informazione aggiuntiva, riuscì con gioia a connetterlo con il numero richiesto. La gioia, ovviamente non scaturiva dall’aver accontentato un cliente, ma dal non dover più sentire le sue lagnanze. Nel trasferire la chiamata Lydia aveva pronunciato la frase di rito: “Le confermo che il costo della telefonata resterà invariato”. Che tradotto in soldoni voleva dire: “Caro coglione, continuerai a pagare la tariffazione milionaria del servizio, anche per una chiamata che se facessi da rete urbana ti costerebbe un ventesimo”.

Lydia sentì un brivido scivolarle lungo la schiena: stava rubando ed era persino pagata per farlo. La Fatina del Mestruo, nel frattempo, aveva smesso di sbatacchiarle l’utero: falso allarme, non erano mestruazioni ma soltanto stress. Ultimamente le capitava spesso di avvertire degli acuti dolori nel basso ventre che poi…

«Pardon cara» si scusò un signore sulla sessantina che, nel dirigersi a una postazione libera per prendere servizio, aveva urtato la sua sedia.

«Non si preoccupi Commendatore» rispose Lydia sorridendo.

Il Commendatore era uno dei casi più pietosi del call center, e ovviamente non si trattava di un vero commendatore, ma di un ex funzionario di banca che, qualche anno prima, era stato rimosso dai suoi incarichi con la promessa del prepensionamento. Qualcosa però era andato storto e lui, insieme con decine e decine di suoi colleghi, si era ritrovato senza lavoro e senza l’agognata pensione per la quale doveva attendere ancora parecchi anni. Era una vicenda della quale avevano parlato anche in tivù, li chiamavano gli “esodati”.

Al call center tutti avevano preso a chiamare il dignitoso esodato Commendatore, per via delle sue giacche impeccabili e della valigetta ventiquattrore che portava con sé senza alcun motivo. Il Commendatore era un uomo di spirito – e Dio sa come cavolo era riuscito a conservarlo – e aveva accettato di buon grado, anzi, quasi con piacere quel soprannome. Qualcuno sosteneva che il Commendatore non avesse detto nulla alla sua famiglia e che, tutte le mattine, indossasse uno dei suoi abiti da grande manager e uscisse di casa facendo finta di recarsi in banca. Chiaramente si trattava solo di una leggenda, era impossibile che la famiglia non avesse notato qualche differenza ora che in casa, anziché lo stipendio di un funzionario bancario, entrava la paghetta di un operatore di call center. Lydia continuava a rispondere alle telefonate di buona lena, non tanto per senso del dovere, quanto per non dare modo al team leader di romperle le scatole.

Tutti i suoi colleghi vivevano il call center come un momento di transito, un limbo grigio e uggioso dal quale dovevano passare per raggiungere i loro veri obiettivi: la laurea, un mestiere qualificato, il successo artistico, la pensione…

Lydia, al contrario, lavorava al call center con la consapevolezza di non poter aspirare a nulla di meglio. Lydia non aveva titoli di studio, né coltivava obiettivi professionali o artistici di alcun genere. In un mondo dove la crisi spezzava le reni a persone preparate e piene di esperienza, Lydia era una ventottenne con un passato incolore e un presente inconsistente. Nella sua vita non c’era nulla di simile a un progetto o a un sogno, l’unica cosa che possedeva era una mediocre dose di orgoglio che la spingeva a tenersi a galla per evitare le recriminazioni di sua madre. Di una cosa, però, Lydia sarebbe dovuta andare fiera, se solo se ne fosse resa conto. In una situazione del genere, qualunque persona di buon senso sarebbe caduta in pezzi ma lei no, lei procedeva dritta come una freccia, serena e in pace con se stessa. E questo accadeva, appunto, perché Lydia aveva l’immensa fortuna di essere assolutamente estranea al già menzionato buon senso.

da Tacchi e Taccheggi (Golem Edizioni)

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2 comments on “L’amore ai tempi del call center

  1. Ricciorob
    April 21, 2017

    Ho provato sentimenti contrastanti leggendo questo capitolo.
    Sono passato dal ridere, al sentirmi uno schifo, al ridere di nuovo e a provare un misto di tristezza/ammirazione per Lydia sul finale.

    • Desy
      April 21, 2017

      Mi fa piacere che tu abbia dedicato del tempo a questo stralcio, e mi fa ancor più piacere che le tue sensazioni siano le stesse che ho provato io nello scrivere e nel lavorare, anni prima, al call center. Grazie di cuore.

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