Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Non voglio essere un fungo! Assaggio di lettura

Scrivere un romanzo è un po’ come viaggiare nel tempo, e non soltanto per la possibilità di raccontare vicende ambientate nel passato o nel futuro, ma soprattutto perché non si ha idea di quando quel libro sarà pubblicato.

Nei casi più fortunati trascorrono mesi, molto più spesso anni.

In questi giorni ho terminato la stesura di un romanzo breve, che non so ancora quando e se verrà pubblicato, del quale vorrei anticiparvi  il primo capitolo.

Natale è tempo di recite scolastiche e la protagonista della vicenda ricorda, con immenso terrore, la sua prima esperienza sul palco, all’età di sette anni.

Buona lettura.

Non voglio essere un fungo!

 

«Tutti i girasoli  sul palco» gridò la signorina Ludmilla con fare imperioso, «forza  bambine, muovete quelle corolle, stasera siamo di scema!» la maestra fece irruzione sul palco mentre i girasoli ruotavano graziosamente su se stessi, «che ci fai qui?» ringhiò strattonando un piccolo fungo antropomorfo, «Katia, quante volte te lo devo ripetere? Tu sei un funghetto, e i funghetti entrano in scena durante il quadro autunnale, torna nel camerino e aspetta il tuo turno!»

Katia uscì di scena caracollando; quel maledetto costume da fungo non consentiva grande libertà di movimento, e il grande cappello rosso a puntini bianchi le occultava buona parte della visuale.

«Allenati a camminare dritta» strillò la maestra mentre il mortificato funghetto era già dietro le quinte.

L’esperienza della recita con la maestra Ludmilla per Katia era stata la più traumatica dei suoi sette anni di vita, quella ex attrice frustrata torchiava i bambini di prima e seconda elementare come se dovessero aprire la stagione della Scala di Milano, anziché recitare nel seminterrato della scuola.

L’infelice fungo scese goffamente la scala del retropalco tenendosi saldamente al corrimano, e raggiunse i camerini. In quale doveva entrare? Su di una porta era stata appesa una pagina di quaderno con scritto a pennarello Prima B, e sull’altra il foglio indicava Seconda B.

Katia era un po’ goffa, questo sì, ma tutto sommato sveglia e le era perfettamente chiaro di essere un’alunna della classe seconda, il dilemma sulla scelta del camerino nasceva dal fatto che nonostante avesse sette anni, la signorina Ludmilla le aveva assegnato la parte del fungo, un ruolo destinato ai bimbi di prima. “Sei troppo bassa per fare il girasole” le aveva detto senza troppe cerimonie calzandole in testa il cappello da fungo, “e sei troppo tarchiata per fare la fatina”.

Una personcina appena di qualche anno più grande si sarebbe sicuramente messa a piangere, ma per fortuna Katia non sapeva cosa volesse dire tarchiata, quindi sospirò appena  rimpiangendo il bel costume da fatina che stavano indossando le sue compagne di classe. Katia ragionò ancora qualche istante davanti alle due porte, poi decise di varcare quella destinata alle alunne di seconda elementare. Era un fungo basso  e tarchiato, ma ciò non precludeva il fatto che fosse un’allieva della seconda B! Il camerino era deserto, i girasoli stavano provando il loro balletto sul palco, mentre le fatine erano in cortile per il turno della merenda. I graziosi costumi da fatina se ne stavano appesi alle grucce, vaporosi e invitanti.

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“Peccato che io sia bassa e quell’altra parola che non ricordo” sospirò Katia accarezzando una gonna di tulle lilla, “il vestito delle fate è molto più carino di quello da fungo, e poi deve essere anche più comodo”. Katia staccò il costume dalla gruccia e ne esaminò il corpetto spolverato di brillantini, i suoi ditini tozzi accarezzarono la cintura di raso e…

Fu un attimo! Sgusciò fuori dal costume fungino e in un sol balzo si infilò in quello da fata, armeggiò qualche secondo con la cerniera del corpetto che faticava a chiudersi, e con uno strattone deciso la tirò su tutta di un colpo. Il corpetto la stringeva fastidiosamente mettendo in evidenza qualche rotolino di ciccia, e la gonna di tulle, decisamente troppo lunga per le sue gambette corte, strisciava sul pavimento. La neo fatina si guardò allo specchio, ma non notò né i rotolini di ciccia, né i centimetri di gonna che giacevano sul pavimento, si sentiva una fata perfetta, una fata grandiosa, la miglior fata di tutto il bosco fatato! Sollevando leggermente il davanti del gonnellone, come aveva visto fare a Cenerentola nel cartone animato della Disney, Katia tentò qualche timido passo, poi visto che l’impresa le era riuscita senza intoppi, si azzardò a ruotare su se stessa per gonfiare la gonna, proprio come aveva osservato fare dalle sue compagne.

Gira, gira, gira!

Gira, gira, gira!

Gira, gira, gira!

Katia si sentiva stordita e felice!

Di colpo la porta si spalancò, la fatina rotante si voltò di scatto e un po’ per lo stordimento da “Gira, gira, gira!”, un po’ per la consapevolezza di averla fatta grossa, inciampò nell’orlo dell’abito rovinando a terra con la grazia di un caciocavallo.

Al terribile tonfo seguì l’inquietante rumore di stoffa che si lacera: la cerniera dello stretto corpetto aveva ceduto!

«Signorina Ludmilla» gridò Matilde tra i singhiozzi, «Katia ha strappato il mio vestitino!» ai latrati di Matilde accorsero da prima le altre fatine ancora in borghese e con le mani sporche di nutella, poi la ferocissima maestra Ludmilla seguita da un bouquet di girasoli curiosi. Katia cercò di rimettersi in piedi, ma nel farlo incespicò nell’orlo strappandolo.

«Si può sapere che ti è preso?» la rimbrottò Ludmilla tirandola su per un braccio e sfilandole il vestitino ormai compromesso, «hai rovinato il costume di Matilde e non faremo in tempo a rimetterlo insieme per stasera».

Matilde si rimise a singhiozzare, mentre le colleghe fatine cercavano di consolarla.

«L’hai proprio distrutto» rincarò Ludmilla esaminando l’abito, «il corpetto è esploso!» una risatina di scherno si alzò dall’aiuola di girasoli, «Be’ lo spettacolo deve continuare» proclamò la maestra in tono eroico, «vorrà dire che dovremo fare a meno di una fatina», Matilde esplose in un grido disperato, «taci Matilde e non pensare solo a te stessa ma al bene dello spettacolo» la rimbrottò raccattando a terra il costume da fungo e porgendoglielo, «prenderai il posto di Katia nel quadro autunnale, e tu sei ovviamente in castigo, ti occuperai dell’apertura e chiusura del sipario».

Katia fece spallucce, in fondo non ci teneva affatto a barcollare in scena infagottata in un costume da fungo, anzi, l’idea di poter tirare il cordone del sipario – cosa assolutamente proibita durante le prove – le sembrava una prospettiva decisamente più allettante.

«Ma signorina» mugolò Matilde, «io non voglio fare il fungo, è una parte schifosa!»

«Come diceva il mio maestro di arte drammatica» scandì Ludmilla con fare enfatico, «non esistono pessime parti, ma soltanto pessimi attori».

«E che vuol dire?» domandò un girasole perplesso.

«Vuol dire che Matilde dovrà fare il fungo senza rompere le scatole» ringhiò la feroce regista, «e ora tutti sul palco, voglio vedere una prova filata!» (…)

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