Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Un weekend da film (di serie B)

Racconto comico-cinematografico in otto Ciak

di Federica Salassa

Nell’attesa che i weekend fuori porta smettano di essere soltanto un lontano ricordo, qui su Patataridens vi proponiamo il racconto di un breve viaggio nel quale è accaduto di tutto, e allo stesso tempo proprio nulla.

CIAK PRIMO:  Acapulco, prima spiaggia a sinistra (1982)

L’estate del 2020 l’ho trascorsa in una semi quarantena prolungata.
Mentre tutta Italia sembrava trasferirsi in Sardegna nel mese di agosto, io restavo qui, nella ridente cittadina di Pinerolo, un una casa nuova ristrutturata per metà, alle prese con le macerie abbandonate sul balcone, lottando disperatamente come solo una donna single contro degli operai edili può fare.
Inascoltata, preoccupata, disperata eppure straordinariamente ottimista, giorno dopo giorno, telefonata dopo telefonata, sollecito dopo sollecito e minaccia dopo minaccia, sono riuscita ad ottenere una ristrutturazione del bagno di due metri per due, malfatta, costosa e insoddisfacente.

Nel lasso di tutto questo tempo, l’unica compagnia sono stati i post dei contatti su Facebook, che mi hanno sbattuto in faccia selfie in riva al mare, acque cristalline e piatti succulenti a base di pesce. Le mie serate sono trascorse ammirando il cielo stellato dalla finestra della camera da letto, con lo sporadico sottofondo dei miei vicini che bisticciano. Va be’, mi spiace per loro, ma da quando hanno litigato io sto molto meglio. Francamente preferisco sentirli sbottare ogni tanto, per poi tacere offesi giorni interi, anziché godermi il costante stridore della rete del loro letto sulla quale, nei primi tempi dopo il mio trasferimento, si producevano in rocambolesche acrobazie erotiche, accompagnate da ansimi e grugniti.

Così, maledicendo i selfie degli amici al mare, e gufando i vicini, finalmente è arrivato settembre.
In preda all’istinto di riscatto, decido di non rinunciare ad un breve viaggetto in solitaria: ve la faccio vedere io, cari miei, l’intraprendenza, lo spirito di avventura!
Dopo qualche giorno trascorso su internet a visionare recensioni di mete a lungo e medio raggio, redigo un bilancio dei soldi che mi sono rimasti dopo i lavori di ristrutturazione; il risultato è che con quello che di cui dispongo posso permettermi giusto un esotico week end in provincia di Savona.
Compro i biglietti del treno più economici e prenoto una stanza in una villa in collina, a casa di una certa Signora Mirella, superhost di Airbnb (e unica locataria a prezzo accessibile).
Non vedo l’ora! Il mio profilo Facebook freme dalla voglia di postare immagini che possano restituire pan per focaccia a tutti quelli che mi hanno fatto sentire una sfigata.
Certo, mi sento un po’ come in “Acapulco, prima spiaggia sinistra”, filmone anni 80 in cui Gigi e Andrea decidono di dire a tutti che andranno in Messico e poi si ritrovano a Cesenatico.
Ma comunque non mi scoraggio. Chi lo sa quali piacevoli sorprese mi potrebbe riservare un week end fuori porta?

CIAK  SECONDO:  Sapore di mare (1982)

É venerdì mattina, parto di buon’ora per arrivare a destinazione nel primo pomeriggio.
Durante il viaggio guardo fuori dal finestrino, pregustando il mio primo bagno estivo (ormai autunnale) e sognando romantici incontri sulle note di “ Karaoke e Guantanamera”.

Penso ad Oxy, la mia amica francese che ogni anno parte da sola verso città d’arte, accompagnata solo dalla sua macchina fotografica e la go-pro. Ogni volta che si ferma in un pub fa qualche diretta Instagram per raccontare le avventure della giornata appena trascorsa.
Quest’anno è andata in Bosnia, Oxy. A Sarajevo ha incontrato l’amore della sua vita, un metallaro dal nome un po’ ridicolo: “Sabathino”.
Lei e Sabathino si sono conosciuti per caso, per strada, e come nelle migliori storie a lieto fine adesso vivono insieme in una casetta di pietra con vista sulle Alpi.
Chissà, magari anche io troverò il mio Sabathino, magari no, ma non mi importa, il senso di libertà mi pervade e sorrido a me stessa nel riflesso del vetro.

Tra un cambio di treno e l’altro controllo ossessivamente il contenuto della borsa: ho portato i panini per il pranzo? Ho ancora il portafoglio? Dove sono gli occhiali da sole? Il telefono ce l’ho?
Mi accorgo di non avere i fazzoletti di carta.
Porca miseria, lo sanno tutti che i cessi delle stazioni non hanno mai la carta igienica. Controllo meglio se riesco a scovare un surrogato che possa sopperire la mancanza e trovo una vecchia mascherina stropicciata. E vabbè, userò questa, al massimo alla prossima visita ginecologica mi troveranno il covid vaginale.

CIAK TERZO: Dove vai in vacanza? (1978)

Arrivo finalmente a destinazione. Una breve telefonata a mia madre, prima di chiamare la Signora Mirella e chiederle indicazioni per trovare l’alloggio.
Il telefono squilla.
“Pronto.”
“Ciao Mamma, sono arrivata in stazione, adesso cerco l’hotel, il tempo è bello, sto bene, ci risentiamo dopo ok?”

“Io non so cosa ti è preso di andare al mare da sola, come le zitelle inacidite.” Borbotta la mia dolce genitrice, “ Non potevi chiedere a un’amica che venisse con te? Non ti fai tristezza? E non pensi di annoiarti a star lì, a far cosa poi? Girovagare e mangiare da sola come i disperati che non hanno nessuno al mondo? Che io dico, con tutti i pericoli che ci sono, la gente inaffidabile, bel coraggio che hai, e cosa fai adesso che cos..”

“Mamma, ti prego. Prima di partire con le filippiche fammi andare a posare i bagagli almeno!”

“ Sì, sì va bene, non ascoltarmi mai, voglio vedere poi come torni felice da questa vacanza assurd…”

Sbatto giù la chiamata e compongo il numero di Mirella.

“ Buongiorno Signora Mirella, sono Federica, sono arrivata ora in stazione, dove devo andare?”

“Ciao Federica!!” squittisce allegra, “Ma dammi pure del tu, non preoccuparti! Allora, la mia casa sta fuori dalla città, IN CIMA A UN MONTE da cui si può vedere tutto il mare, adesso ti spiego come arrivare, è facilissimo.”

La frase “in cima ad un monte” mi lascia perplessa. Resto in ascolto di ulteriori informazioni.
“ Allora Federica, vieni su dalla stazione per la strada in salita sulla tua sinistra, ad un certo punto incontrerai un cavalcavia, certo c’è anche una navetta che parte da lì, ma se vieni a piedi ce la fai; poi dopo cinque o sei metri che hai passato la strada, mi raccomando vai sempre dritto, sulla tua destrinistra vedi una scaletta bianca prima di una casa gialla, prendi come riferimento quella casa bianca e vieni su.”

!Ma la casa è gialla o bianca?”
“Sì che puoi fare anche la statale” risponde non proprio a proposito, “ Ora giri e fai due tornanti, ma se non li fai allora vieni dritta e ad un certo punto ENTRI IN UN BOSCO e vieni avanti, che io ho un albero di kaki bellissimo, ma mi sono caduti tutti i frutti perché non arrivo a raccoglierli. Io e Lucius ti aspettiamo qui davanti. Quando sei arrivata chiama.”

CLICK.

Un po’ – molto – titubante comincio a fare la salita a sinistra cercando di discernere nella mia mente le sue parole inutili dalle indicazioni pratiche. Scorgo in lontananza un cavalcavia, la casa gialla (o bianca?) dovrebbe essere lì, e nei pressi la scala, anch’essa bianca.
Procedo fiduciosa.

Il cavalcavia in lontananza si avvicina e all’improvviso la strada si dirama in tre direzioni diverse: davanti a me una casa bianca, a sinistra una curva verso una casa gialla, a destra un’altra casa bianca.

Ritelefono.

“Ciao Mirella, scusa, sono arrivata ad un bivio, ci sono due case bianche e una gialla sotto al cavalcavia, che strada devo prendere?”

“Ti ho detto di andare sempre dritto, non puoi sbagliare!”

CLICK.

Il tono di Mirella è leggermente aspro. Cretina io che non ho segnato le informazioni su di un foglio, onde evitare di chiamarla, probabilmente la scala bianca è proprio lì, dopo la casetta bianca.
Arrivo nei pressi della casa in questione e non scorgo nessuna scala. Comincio a sudare freddo. Prima di chiamare Mirella e renderla ancora più nervosa, sarà meglio attaccare il navigatore.
Google maps mi da un percorso di trentadue minuti in auto, in tutt’altra direzione.
Non mi resta che una sola cosa da fare.

“Mirella, scusa, ciao, so che sono un po’ cretina, ma non vedo la scala bianca, sono qui davanti alla casetta bianca e…”

“QUALE CASA BIANCA? DEVI ANDARE ALLA CASA GIALLA!”

“Ma la casa gialla è a sinistra e tu mi hai detto di andare sempre dritto…”

“Ascolta Federica, mi devi AS-COL-TA-RE. Vai verso la casa gialla, dopo cinque o sei metri c’è una scala bianca, ci sali sopra, poi veni su che ci sono quelle ville coi cani, entri nel bosco e io e Lucius ti aspettiamo, hai capito??!”

CLICK.

A ‘sto punto mi sento tra il cretino e l’offeso. Penso che boh, ormai ci sono e pazienza se la padrona di casa pecca di ospitalità, del resto i Liguri non hanno una gran fama di accoglienza.
Vado verso la casa gialla e dopo pochi metri sulla destra scorgo una scala… verde! Poco più avanti una scala gialla. A sinistra una scala marrone.

A questo punto sono preda della disperazione, comincio a valutare di farmi tutte le scalinate e vedere se trovo un bosco, una casa con dei cani, dei tornanti, qualsiasi cosa a cui aggrapparmi piuttosto di non richiamare quell’acida per l’ennesima volta.
Respiro profondamente. Prendo il cellulare e cerco di farmi forza: la signora è comunque tenuta a rispondermi e darmi indicazioni precise, cioè, chiamare è un mio diritto, non sarò mica la prima dei suoi ospiti ad avere difficoltà, checcavolo!

“Mirella, sono al punto della scala, ma ce ne sono di verdi, gialle e marroni ma…”

“Perché CAZZO non fai quello che ti dico?! Va bene, io e Lucius veniamo a prenderti.”

Cazzo?
La signora ha davvero detto cazzo?
Solo questo mi frulla nel cervello, mentre aspetto di scorgerla da qualche parte.
Dopo mezz’ora la vedo scendere dalla scala marrone, in compagnia di un grosso cane lupo che subito mi salta addosso con entusiasmo e cerca di sodomizzarmi le tibie.
Mirella ha un atteggiamento giovanile, capelli lisci e boccolosi, le guance rugose e un bel fisico con un po’ di pancetta. Potrebbe avere tra i sessanta e i settant’anni, non saprei incasellarla.

“La vedi questa? Che cos’è?? Una scala!! Era così difficile??”

Sono talmente stanca e sudata che accetto di seguirla con sottomissione, senza discutere del suo daltonismo.

Durante il percorso attraversiamo una stradina con tante villette (con i cani) e ci addentriamo in un boschetto di ulivi buio e pieno di sterpaglie. Le chiedo se per caso la sera è illuminato e mi risponde di no.

“Questo boschetto lo devi attraversare con una pila, ma se proprio lo vuoi fare, stai attenta ai cinghiali. Comunque puoi anche fare il giro da sopra, se sali su per quella stradina eviti il bosco e scendi poi per un cancello verde che resta sempre aperto”.

Finalmente siamo in casa. Vorrei farmi una doccia ma non vedo l’ora di scendere e andarmene in spiaggia. Mirella mi dà le chiavi e mi spiega che ogni volta che esco devo chiudere a chiave la stanza e il cancello di casa.
Nel frattempo Lucius continua a provare ad avere un rapporto sessuale col mio polpaccio.

La saluto e mi avvio verso il lungomare rifacendo tutto il percorso a ritroso, sono le 18:00, ho perso tutto il giorno, ormai per fare il bagno è troppo tardi, rischierei di andare a cena col costume umido, quindi mi accontento di fare una lunghissima passeggiata verso il porto.

CIAK  QUARTO: Roba da ricchi (1987)

Il tramonto sul molo è spettacolare. Sorrido. Viaggiare da sola mi dà una libertà mai provata prima. Sono vestita malissimo, struccata, con i capelli sudati e la ricrescita, alcuni peli dimenticati sulle caviglie si affacciano dai risvoltini dei pantaloni. Questo senso di menefreghismo mi rende felice. Non devo paragonarmi a nessuno, nessuno mi conosce, potrei ruttare a bocca aperta in mezzo alla strada e indignerei solo dei figuranti in questo splendido paesaggio.

Apro le braccia e respiro a pieni polmoni l’aria che profuma di frittura, sale e acqua stagnante che proviene dalle barche attraccate.
Mi godo tutto di questa solitudine e trascorro un’ora e mezza così, finché non si fa buio.

E’ ora di andare a cena.
In tutta questa poesia, il buio mi ricorda che al ritorno dovrò attraversare il bosco e che forse sarò caricata da un cinghiale. L’appetito mi fa accantonare il senso d’ansia: passo davanti a numerosi localini col menù esposto fuori. I piatti, anche quelli a base di pasta, hanno prezzi improponibili.

Sono al mare, nella mia prima trasferta da sola, forse più tardi morirò in un bosco a causa di un cinghiale… ‘fanculo! Se morte ingloriosa deve essere, allora tanto vale morire con la pancia piena! Spendo uno sproposito in un ristorante dall’aria pretenziosa: la mia cena luculliana è a base di polpo arrosto e gambero rosso, il tutto accompagnato da un bicchiere di vino bianco. Per finire in bellezza, gelée di limone con le fragole.
Sono felice, se dovessi morire adesso, cilindrata da un maiale selvatico, avrei comunque concluso la mia vita alla grande!
Mi fumo una sigaretta in spiaggia e continuo a meditare sulle parole di mia madre:“Da sola, come le zitelle inacidite.”

Sì, effettivamente da fuori devo sembrare proprio questo, ma non mi importa più di tanto. Se avessi potuto condividere il tramonto con un Sabathino qualsiasi, per carità, non mi sarebbe dispiaciuto: avremmo potuto rotolarci nella sabbia, fare l’amore sotto la luna…

“ Facciamo sempre quello che vuoi tu e io qui non ci volevo venire!!”

Mi giro di scatto. Una ragazza con la mascherina a cuori incrocia le braccia piantandosi davanti al suo (credo) fidanzato.

“Io volevo andare a Genova e invece mi hai portato qui, a fare cosa? Ci sono quattro giostre per bambini e le gelaterie sono tutte piene, io mi annoio, tu non hai mai voglia di muoverti più di due metri e bla bla bla bla…”

Sequela di battibecchi sulla crema solare con protezione sbagliata che lui ha comprato al Lidl; lui ribatte che lei è una rompicoglioni, lei lo minaccia di lasciarlo, lui fa spallucce, lei si infuria di più e così via.

SONO SINGLE.
SOLA.
EVVIVA!

Mi avvio sulla strada del ritorno, passo il budello pieno di gente, salgo le scale della piazzetta di una chiesa, percorro il ponte, scendo una scala, attraverso la stazione, risalgo alcuni scalini e mi trovo nella famosa parte del cavalcavia davanti alla scala “bianca”.

Buio pesto.

“Hey Siri, accendi la torcia.”

“Ok, ho acceso la torcia.”

Faccio tre rampe e arrivo alla strada delle villette con i cani, che fortunatamente è illuminata.

“Hey Siri, spegni la torcia.”

“Ok, spengo la torcia.”

Vado avanti e decido di fare il giro da sopra per non attraversare il bosco. I cinghiali ci rimarranno male, ma pazienza. Faccio qualche metro sperando di trovare questo benedetto cancello verde sempre aperto.

Niente.

Dopo mezz’ora di camminata rigorosamente in salita, la mia maglietta è da strizzare e le zanzare mi stanno divorando con gusto.

Torno indietro e opto per la scelta angosciante di passare per il bosco.

Come non detto cinghiali, tra un attimo sono da voi!

“Hey Siri, accendi la torcia”

“Non ho capito.”

“Hey Siri, accendi la torcia”

“Mi dispiace, non posso farlo.”

“Hey Siri, porca puttana accendi la torcia!!”

“Non so cosa risponderti.”

Maledetta me quando ho comprato un cellulare rigenerato, maledetti soldi, sporchi. luridi soldi che non comprano la felicità ma un cellulare decente sì! Se fossi stata ricca adesso avrei un telefono ultimo modello e Siri capirebbe anche l’aramaico e invece no, devo morire sotto gli zoccoli di un cinghiale, al buio, perché sono povera!

Ultimo tentativo.

“Hey, Siri, qui rischio la pelle. Accendi la torcia ti prego…”

“Ok, accendo la torcia.”

Grazie Siri! Mi faccio strada tra le sterpaglie con le mani tremanti e le orecchie tese, ogni rumore mi fa sussultare, cerco di camminare il più velocemente possibile perché la tortura della paura finisca in fretta. Scivolo su dei kaki schiacciati, mi reggo ad un ramo, resto in equilibrio tenendo ben saldo il telefono. All’improvviso, un fruscio… Un grugnito.

Cazzo.
Cerco di puntare la luce là dove ho sentito il rumore, ma non vedo niente. La batteria è quasi scarica, la luce si affievolisce, il fruscio aumenta.

Di punto in bianco un essere irsuto e maleodorante mi sbatte a terra grugnendo.

È FINITA!

Sono pronta a sentire la mia gola squarciata e il sangue caldo che mi scorre lungo il petto e resto così, paralizzata, senza emettere nessun suono. La bestia mi sbuffa addosso col suo alito caldo e puzzolente, il suo corpo spinge ripetutamente in maniera ritmica e frenetica contro il mio polpaccio.

“Lucius, ma è Federica!!!”

Riconosco la voce di Mirella. Sono ormai davanti alla villa, si accendono le luci della veranda. Lucius, il maledetto stupratore di stinchi, mi fa due feste post coito e corre via gioioso.
“Vieni, vieni cara, lascia il cancello aperto che Lucius si fa il suo giro nel bosco, quando torna chiudo io.” Dice facendo strada, “Allora come è andata? Hai visto tante belle cose? Oh ma poverina, sei tutta sudata! Ti preparo un tè caldo, guarda, ci sono anche i biscotti cara. Ti metto uno zampirone in camera che ci sono tante zanzare stasera. Vai, vai a riposare. Vuoi dell’acqua tesoro?”

“Sì grazie Mirella.”

“Beh, se hai sete bevi dal rubinetto, qui acqua non ce n’è. La prossima volta rientra più tardi, che più fuori stai meglio è. Buonanotte.”

FINE PRIMO TEMPO: VAI AL SECONDO

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This entry was posted on February 17, 2021 by in Spirito di Patata and tagged , , , , , , .
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