Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Un weekend da film (di serie B) – 2° tempo

Racconto comico-cinematografico in otto Ciak

di Federica Salassa

(SE NON HAI ANCORA LETTO IL PRIMO TEMPO LO TROVI QUI)

CIAK QUINTO: Lui è peggio di me (1984)

Sono stremata. Mi butto nel letto senza nemmeno lavarmi, mi fanno così male le ginocchia che non riesco a prendere sonno, è l’una passata. Il frigorifero della stanza fa un casino bestiale, decido di alzami e staccare la spina. Chiudo gli occhi, lasciandomi cullare dallo sfrecciare delle auto sul cavalcavia, pensando a quanto sia triste stare in un posto immerso nella natura e dover comunque subire l’inquinamento acustico del traffico. Ascolto i grilli frinire, il rombare di qualche BMW, il vento che passa tra le fronde degli alberi, lo sgasare di qualche motorino… sto per prendere sonno mentre da lontano echeggia un suono che sento vagamente familiare…

“Ma porc***ooo! Tua madre bag*****aaaaa!!”

Apro gli occhi.

Tutto tace.

Stavo sognando? Mi riappisolo promettendomi un giro dal neurologo quanto prima.

La mattina mi accoglie una ricca colazione in veranda: Mirella mi ha preparato macedonia, focaccia ligure, un cornetto bruciato e dei pasticcini.

“Federica, ieri sera mi hai lasciato il cancello aperto, eh però.”

“Mirella veramente avevi detto…”

“Eh no, perché adesso sono nei guai, ieri sera Lucius è andato dal mio vicino che si è spaventato, dice che lo ha aggredito… dice… Ti sembra che Lucius possa aggredire qualcuno, buono com’è? Dice che il mio Lucius gli si è avventato contro, che mi denuncia… Quello ce l’ha con me… Il SUO cane MI ha morso! Lucius invece non morde nessuno, quello stronzo mi ha detto che gli è saltato sopra mentre scendeva dalla macchina, mi ha riempito di parolacce, pensa te!”

Immagino la scena del vicino che rientra a tarda notte e Lucius lì, nel parcheggio, che attende con foga erotica i suoi polpacci.

“Comunque adesso devo uscire con un mio amico che fa il dottore, ti metto su il caffè e vado, cara”

Passa mezz’ora e Mirella torna con un vestitino a fiori, tutta truccata e pettinata. Regge in mano un paio di stivali bianchi anni 70 acquistati su Zalando.
Non fa in tempo a chiedermi un parere su che scarpe indossare che sento odore di bruciato.

“Ho dimenticato la caffettiera sul fuoco! Bevitelo così, se è amaro ci metti lo zucchero se no affari tuoi. Io vado. Ciao.”

Bevo il liquido nero e catramoso e mi risolvo a scendere in cerca di una spiaggia libera. Passando per il lungomare mi accorgo che i posti sono tutti a pagamento, e le uniche spiagge gratis sono una sorta di lettiere per gatti larghe circa un metro e piene di immondizia. Alcuni peruviani hanno occupato il poco spazio disponibile allestendo un tavolino con delle birre e una radio che trasmette musica che non conosco. Il più grosso tiene in mano una lattina e rotea il bacino facendo ballonzolare la ciccia del girovita come un hula hop di carne.

CIAK SESTO: Abbronzatissimi (1991)

Finalmente trovo una lettiera un po’ più grande delle altre. Il cielo è parzialmente nuvoloso ma è il tempo ideale per chi come me ha trascorso mesi tappata in casa, e rischia di bruciarsi esponendosi in pieno sole. Mi spoglio con noncuranza, sistemo l’asciugamano sulle pietre e mi sdraio. Sposto qualche sasso in modo che non mi si conficchi tra le scapole, nascondo il telefonino e il portafoglio sotto il telo mare, lasciando in bellavista la borsa, in modo da poter fare il bagno senza dover controllare costantemente la mia roba. Se mi rubano la borsa troveranno solo un Kindle del 2012 e poco altro.
Mi tuffo nell’acqua cristallina e faccio una breve nuotata, torno sul bagnasciuga, e mi lascio cullare così, a pancia in giù, seguendo il ritmo delle onde. La mia faccia deve essere identica a quella dell’estasi di Santa Teresa D’Avila, perché la gente dalla spiaggia mi guarda e sorride.
Un uomo rotondo con la barba scura mi fissa proprio insistentemente. La sua pelle abbronzata è in netto contrasto col costume arancione con stampate delle banane gialle.
Mentre mi asciugo al sole, l’uomo mi passa vicino e mi lancia un’occhiata lasciva, entra in acqua davanti a me e mi dice:
Qui si tocca eh?

La mia espressione da quella di Santa Teresa D’Avila diventa quella del Grande Capo Sioux Estiquaatsi.

L’uomo comincia a nuotare avanti e indietro, sempre sotto ai miei occhi. Prova lo stile libero, la rana, si tuffa sott’acqua, riemerge scrollando la testa, tenta di impressionarmi col delfino e il dorso.
Alla fine desiste e se ne torna alla sua postazione, dove ad attenderlo c’è una signora anziana, molto molto grassa, che subito lo asciuga e lo spalma di crema solare.

Sono le 10:00, molte famigliole cominciano ad arrivare cariche di zaini e piccoli frigo bar.
Rimetto nella borsa i miei averi, tiro fuori il kindle e riprendo il mio romanzo, I Leoni di Sicilia, da dove lo avevo lasciato.

«… Vincenzo si infila le mani in tasca, rabbrividisce per una folata che si insinua sotto il soprabito…»

“MAMMAAAAAAAAAAAAAAA RICCARDINO MI TIRA LE PIETRE!!”

Volto lo sguardo, un bambino biondo cerca di sollevare un masso grande quanto lui. Una bambina col costume azzurro si nasconde dietro a uno scoglio.
Riprendo la mia lettura.

« …mi manca la sua quota di proprietà perché la tonnara sia mia. Persino il priore di San Mart…»
“AAAAAiiiiiiIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII RICCARDINO MI HA COLPITO!!”

“Riccardino, non tirare le pietre a tua sorella!”

Mi concentro per non farmi distogliere dalle grida dei bimbi accanto a me.
 «..mi manca la sua quota di proprietà perché la tonnara sia mia. Persino il priore di San Martino…»

“NOOOOO NOOOO SEI CATTIVOOOO!”

 «...mi manca la sua quota di proprietà perché la tonnara sia mia. Persino il priore di San Martino delle Scale A GALLA! A GALLA! AGALLAAAAA!! mi ha assicurato che venderà anche i magazziniiiiIIIIIIIAAAA! E’ solo quel mAAAledetto Paternò che non cede.»

“Riccardino, non urlare in faccia alla Signora!”

« … mi manca la sua quotAAAADAAIIIMIFAIMALE di proprietà perchéDAMMELOÈMIOOOO la tonnara sia miaVATTENEEEEEEE! Persino il priorEEEEEEEEHHHH!!»

Riccardino, hai vinto tu. Metto via il Kindle che tanto non ci capisco niente e vado a farmi un altro bagno.
Sono le 18.00, per oggi può bastare. Raccatto le mie cose e mi dirigo verso il porto in cerca di un posto in cui cenare.

CIAK SETTIMO: Zucchero Miele e Peperoncino (1980)

Scopro in fretta che il sabato sera se non hai prenotato non trovi posto nemmeno se piangi in cinese. Mi siedo su una panchina e mangio il mio triste pezzo di farinata con gorgonzola, acquistato in un pizza al taglio. Finisco la cena e mi asciugo le dita oleose nella carta.
Beh, è ora di farsi un gelato e poi risalire verso casa. Mentre mangio una coppetta al pistacchio, un signore brizzolato ferma una ragazza con uno Yorkshire al guinzaglio.

“Oh, io li conosco questi cani qui, ti si attaccano alla gamba e poi non ti lasciano più andare hehehehehe…”

Penso a Lucius.

Il signore mi vede e si siede accanto a me. Comincia ad attaccare bottone, mi spiega che è di Milano, che viene al mare in Camper da solo, che gli piace la bicicletta, che ha un nipotino bellissimo. Si avvicina sempre di più, mi porge il cellulare, mi fa vedere le foto, le app che usa, TUTTO SENZA MASCHERINA! Goccioline di saliva zampillano qui e là, io cerco di allontanarmi da lui un centimetro per volta scivolando indietro.
Nonno Luigi, questo è il nome col quale si presenta, vuole offrirmi un caffè che declino gentilmente. Cerco il momento giusto per alzarmi e andarmene senza sembrare cafona, intanto la mia mano fruga insistentemente nella borsa in cerca del gel disinfettante.

Mi svincolo con una scusa e mi dirigo verso casa di Mirella a passo spedito. Arrivo fin davanti al bosco, ma questa volta, costi quel che costi, faccio il giro da sopra in cerca del fottuto cancello verde sempre aperto.
Sudo come un maiale, la strada sembra infinita, quando finalmente incontro il cancello verde sempre aperto.
È CHIUSO.
L’ira mi sale alle vene delle tempie. Mi sono fatta tutto ‘sto pezzo di strada e alla fine non si può passare da qui? Ficco un calcio carico di rabbia contro la cancellata che si apre immediatamente.

Vedi? Con le buone maniere si ottiene tutto.
Mi calmo.
Entro e vedo solo buio.

“Hey Siri, accendi la torcia”

“Ok, accendo la torcia”

Non posso credere ai miei occhi: la strada asfaltata continua addentrandosi in un altro bosco di ulivi.
Forse Mirella pensa che i cinghiali non gradiscano il catrame, che il loro istinto selvatico li lasci osservare i passanti dai lati della strada senza invadere il campo, forse Mirella è cretina!

“Ma ciao Fede! Sei tornata?!! Vieni, vieni in salotto che così mi racconti cosa hai fatto oggi!”

Seguo Mirella trascinandomi Lucius attaccato alla gamba.

“Lucius, basta! Molla! Vieni Fede, siediti qua, metti pure i piedi sul tavolo, chi se ne frega. Allora, sei andata in spiaggia? Guarda che bella che sei! Sei proprio una ragazza stupenda! Quanti anni hai? 28?”

“Quarantatré.”

Oh ma non li dimostri mica! Io ne ho 75, ma non dirlo a nessuno, nemmeno il mio ragazzo lo sa.”

Sulla sua testa svetta un attestato di Diploma incorniciato con su scritto Mirella Ciorfetti, nata il 1/12/1945.

“Allora, sei andata al porto? Hai conosciuto qualcuno? Hai visto qualche maschio che ti piace?”

Alla mia risposta negativa, Mirella parte con un monologo.

“Guarda, qualcuno te lo devi trovare, io ho settantacinque anni e devo prendere quel che passa, nel senso, ho un ragazzo, sì, ma lui è sposato, ma va bene così, perché quando viene qua io me lo scopo mattino-mezzogiorno-sera per due giorni e poi ciao! Scopare fa bene, stimola le endorfine! Certo, tu hai cinquant’anni ed è giusto che scegli, ma se trovi qualcuno e te lo scopi ricordati di mandarmi un messaggio, ok?”

Mi strizza l’occhio in segno di intesa.

Ok, ma io non ho cinquant’anni.

“Una volta mi sono scopata quello che mi porta la legna, ma aveva un pisellino piiiiiicolo, neanche quello dei bambini, ma poi è durato due secondi, cioè, dico, ma fai qualcos’altro no? Ci sono tante belle cosine da fare… ‘sti uomini ormai sono da buttare!”

Prendo la palla al balzo per sfogare tutto il mio livore verso gli uomini. Parliamo un’ora di disavventure, tradimenti, inferiorità del genere maschile in modo talmente brutale che perfino Lucius si accascia mortificato in un angolo.

“Senti Federica, perché non resti ancora? Te la regalo io la stanza, fermati fino a lunedì, dai, mi sei così simpatica, sei carina, gentile, averne di ospiti come te!!”

Non posso accettare. Lunedì vengono a montarmi la cucina e devo per forza tornare alla base. Restiamo ancora così, coi piedi nudi sul tavolino da caffè, a scambiarci aneddoti e complimenti.

“…brava, brava, ci capiamo subito io e te. Adesso vattene, che devo farmi gli affari miei. Domani mattina non ci sono, ricordati di chiudere la casa e lasciarmi le chiavi sotto al cuscino in veranda. Il cane non lasciarlo dentro, mi raccomando non fare le solite cazzate tue.”

“???”

Torno in camera e mi spoglio, quando mi accorgo che intorno alla mia abat-jour volteggiano migliaia di zanzare.

“Mirella, scusa, mi daresti mica uno zampirone? “

Dalla cucina la risposta arriva secca:

“Per le zanzare ci sono i gechi, che le mangiano. Buonanotte.”

Le piccole succhiasangue  mi lasciano dormire pochi minuti tra un pizzico e l’altro. Cerco di creare una barriera avvolgendomi nel lenzuolo stile sudario, ma fa troppo caldo per resistere. Fuori dalla finestra sento strani movimenti.

“Lucius, vai! Inseguilo! Vai a vedere chi c’è! CHI È LÀ! ALT! FERMO!”

Spalanco le persiane preoccupatissima.

“Mirella, che succede?”

“Ho visto uno che cercava di scavalcare il cancello”

“Oddio! Chiamiamo la polizia, presto!”

“Ma no, ho mandato Lucius, ci difende lui, non ti preoccupare.”

“NON TI PREOCCUPARE? Mirella ti rendi conto che quel cane non ringhia, non abbaia, né morde? È solo capace di muovere il bacino avanti e indietro. E’ perfetto per ballare il raggaeton, non per difendere una casa!”

CIAK  OTTAVO:  Sette chili in sette giorni (1986)

Mi sveglio all’alba sotto lo scroscio di una pioggia battente. In veranda è pronta la colazione, Mirella non c’è. Sul tavolo un pasticcino, della focaccia ligure, un caffè freddo e dell’uva accanto una ciotola d’acqua con un biglietto: “lavatela tu”.

Che meraviglia l’autunno. La pioggia fa salire dal bosco odori di corteccia ed erbe aromatiche. Mi sento in pace, così in pace che quasi mi dispiace dover partire.
Sparecchio e mi preparo per scendere, questa mattina, prima di prendere il treno, voglio andare nel budello a comprare qualche souvenir.

Lucius mi scodinzola dal divano.
Cerco di trascinarlo fuori per poter chiudere casa, ma si fa peso morto ed è impossibile spostarlo.

“Lucius, dai, vieni, guarda cosa ti do, un bombo!”

Lucius si sdraia lungo e disteso su tutti i cuscini. Non ha nessuna intenzione di mettere il muso fuori. Cerco di persuaderlo in tutti i modi, finché non mi viene un lampo di genio.

“Vieni Lucius, guarda che cosa ho qui…” dico, tirandomi su l’orlo dei jeans e mostrandogli con concupiscenza un polpaccio.

Sono riuscita a cavarmela discretamente in tempo. Ora mi trovo nel budello, a passare al vaglio tutti i negozietti di prodotti tipici liguri. Purtroppo non trovo nulla di originale: calamite dipinte in maniera approssimativa, pacchi di pasta con su scritto “Saluti dalla provincia di Savona”, presine con le immagini del lungomare, saponette alla lavanda. Opto per il classico barattolo di pesto, trovabile in qualsiasi supermercato.

C’è tantissima gente in giro, la domenica mattina. Trovo un bar semideserto e chiedo un caffè. Il dispenser di gel disinfettante all’ingresso mi spruzza una sostanza melmosa e appiccicosa come chiara d’uovo. Mi danno una tazzina lurida e sbeccata, nessuno dei baristi ha la mascherina, indossano una divisa lercia con un logo ricamato: “Bar del Convivio”.
“Bar del Covid, vorrete dire!”.

Mi annoio, devo far passare ancora due ore prima di andare in stazione, decido quindi di mangiare della focaccia e prendermi ancora quattro o cinque caffè con brioches in vari bar del centro. Tanto ho fatto talmente tanti chilometri in ‘sti giorni che sono in debito di calorie.

CIAK NONO:  Vieni avanti cretino (1982)

Sono in viaggio e mi godo le ultime ore prima di tornare nel mio caos quotidiano fatto di incombenze e cassa integrazione. Eh sì, ci voleva pure la cassa quest’anno. Cerco di cacciare indietro l’ansia che mi farà pentire di aver speso quaranta euro di pesce la sera del venerdì – e almeno il doppio, questa mattina, in focacce e caffè – e tiro fuori il mio kindle.

Dove ero rimasta? Ah sì: « … mi manca la sua quota di proprietà perché la tonnara sia mia. Persino il priore di San Martino delle VOGLIA DI BALLA-RE UN RAE-GGAE-IN-SPIA-GGIA! »

Perché la gente ascolta la musica a tutto volume nei luoghi pubblici? Compratevi delle cuffiette! Bo’, decido che ‘sto libro lo leggerò nell’intimità del mio letto, senza ulteriori disturbi.

Questa vacanza comunque mi è piaciuta. Non ho incontrato l’amore, non ho fatto nulla di mirabolante, sono ancora pallida e ho speso un sacco di soldi in cibo, ma ho imparato ad apprezzare le piccole cose, a prendere la gente per quello che è, a conoscere meglio i miei limiti. Sono grata perfino a Mirella e alla suo disturbo borderline, in fondo anche io sono un po’ come lei, per certi versi mi ci sono specchiata. E poi il dormire nella casa di una pazza fracassona e imprevedibile con un cane stupratore seriale, mi fa apprezzare casa mia che, sì, avrà ancora le macerie sul balcone, ma è così piacevolmente silenziosa.

Giro le chiavi nella toppa, butto il bagaglio a terra e mi lancio sul divano. Sento il telefono squillare, questa deve essere mia madre che vuole darmi della sfigata e invece tiè! Le racconterò che viaggiare da soli è davvero un’esperienza fantastica!

Guardo il display. Il numero che mi sta chiamando ha un prefisso che non mi è nuovo.

“Ciao Federica, sono Mirella. Volevo chiederti perché CAZZO hai chiuso la porta del bagno a chiave? Lo sai che adesso io non posso più entrare?”

“Mirella cosa dici? Io non ho chiuso la porta del bagno a chiave, poi oltretutto tu hai una porta a scrigno, che si può chiudere solo dall’interno…”

“Appunto!”

“Cioè, stai dicendo che avrei chiuso la porta, dopodiché ci sarei passata attraverso come uno spettro?”

“Non fare la spiritosa, lo sai benissimo che hai chiuso la porta e poi sei uscita dalla finestra”

“MIRELLA, perché CACCHIO avrei dovuto calarmi dalla finestra come un funambolo? Sono uscita dalla porta e basta! Hai trovato la finestra aperta? Sarà entrato qualche ladro!”

“No cara, perché la finestra è chiusa!”

“E allora se la finestra era chiusa mi dici come ca…”

 CLICK.

La mia mente medita vendetta. L’unica arma che ho per rivalermi è quella di scrivere una recensione pessima su Air bnb, facendole crollare la media di gradimento. La scriverò più tardi, con calma, con una mail anonima, (non sia mai che le venga in mente di telefonarmi per lamentarsi), scegliendo i vocaboli più corretti, senza scadere nel volgare, giusto per far intendere agli utenti che chi sta scrivendo è una che ha studiato, una persona accomodante ma che non tollera la maleducazione. Voglio fargliela pagare e se mi scopre chi se ne frega, le risponderò “Ebbene sì, sono stata io, denunciami!”, come Lady Olenna in Game of Thrones, forse soccomberò, ma me ne andrò col botto, lasciandola con l’amaro in bocca.

Ho appena finito di scrivere il mio panegirico quando sento arrivare un messaggio su Whatsapp:

 «Ciao Federica, non ti preoccupare della porta è tutto a posto, è venuto mio cognato ad aggiustarla. Io e Lucius ti vogliamo bene, torna presto, ci mancherai.»

Rileggo la recensione al vetriolo pronta per essere inviata. Ecco! Nemmeno il finale in stile Tyrell mi lascia godere. E chi ce l’ha più il coraggio di premere invio. Svuoto la valigia nella cesta dei panni sporchi, metto un pigiama pulito. Mi sdraio a letto col mio Kindle, finalmente nel silenzio della mia stanza; senza bambini che urlano, estranei che mi importunano, musica a tutto volume, posso finalmente concentrarmi sul libro.

« … mi manca la sua quota di proprietà perché la tonnara sia mia. Persino il priore di San Martino delle Scale AH SÌ! SÌ SÌ, COSÌ! mi ha assicurato che venderà anche i magazzini. E’ solo quel maledetto Paternò OHH OHH! che non cede. Accanto a lui, ODDIOOOH! C’è l’unica persona di cui forse si fida ANCORA DAI….»

Oh no! I miei vicini hanno fatto pace!

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This entry was posted on February 24, 2021 by in Spirito di Patata, Uncategorized and tagged , , , , , , .
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