Patataridens

Il blog della comicità al femminile

Mamma, Milano! Cronache di un viaggio con madre a seguito

Articolo di Federica Salassa: nessuna meta è banale se porti con te la mamma!

È maggio e sebbene qui a Torino il clima sia identico a quello della Svezia, la primavera fa nascere dentro di me la voglia di viaggiare.
Per  quanto mi riguarda, un qualsiasi spostamento, anche di pochi km, è una sorta di meditazione che quasi sempre attrae avventure che riescono a stupirmi nella loro semplicità.
Forse si tratta di karma, in alcuni casi di sfiga, in altri di profonda osservazione di ciò che mi sta intorno. Non è forse questo stato contemplativo delle cose che ci porta ad entrare in una sorta di rapimento dove tutto ciò che accade viene accolto e lasciato fluire?

Oggi è il momento di “andare” e fare una gita fuori porta in una delle città che ho sempre considerato una meta non adatta al mio mood da viaggiatore ascetico.

Milano.

Sì, vado a Milano per un pomeriggio.

Va beh, ho capito, non è l’India.
Molti viaggiatori da social (intendo quelli che postano foto blasonate su Instagram) compiono imprese mirabolanti, vivono nel deserto riparandosi in una buca, parlano 18.450 lingue, mangiano con gli indigeni Shuar preparando teste Tsansa e altre cose simili che nei miei resoconti, state tranquilli,  non leggerete mai.

Il mio racconto potrebbe dunque finire qui.
Ho preso il treno, sono andata a Milano, ho camminato, non ho fatto shopping perché non ho soldi manco per piangere, e sono tornata.

Fine.

E invece no. Il colpo di scena c’è, ed è mia madre che decide di venire con me.

Ora, è giusto fare una precisazione: mia madre ha 72 anni e ha viaggiato solo con la buon’anima di mio padre, dunque sono almeno una decina d’anni che non mette il muso fuori dal quartiere.
Inoltre, per lei viaggiare significa: “Tu mi porti e io ti seguo senza preoccuparmi di dove siamo, dove dobbiamo andare e che strada dobbiamo prendere”.

È un po’ come portarsi dietro un bambino, solo che il bambino è anche un tantino malmostoso e ti redarguisce su come ti vesti e quanto mangi.
Quando mi ha detto “Vengo anch’io” volevo rispondere “No, tu no”, ma l’avrebbe presa come una battuta sulla canzone di Jannacci e sarebbe venuta lo stesso.

In realtà è molto raro che io faccia un’esperienza con mia mamma e so anche che a lei di Milano non frega proprio niente, ma, come solo una madre sa fare, ha annusato il fatto che per me, prendere un treno qualsiasi è come prendere un antidepressivo. Probabilmente preoccupata dal mio attuale stato mentale negativo post pandemico, ha giustamente pensato di farmi compagnia.

Dunque eccoci a stazione Porta Nuova, di mattina presto, pronte a prendere un regionale da 12 euro per arrivare a destinazione.

Faccio i biglietti alla macchinetta, tiro fuori il bancomat ma lei, con gesto da pistolero, caccia subito una banconota da 50 euro.

“Pago io, che te non hai soldi.”

Mia mamma è alta 1 metro e 50 ed è sarda. Lungi da me fare di tutta l’erba un fascio, ma l’origine nuragica fa sì che i suoi gesti d’affetto siano brutali, che le sue foto siano tutte imbronciate e che il cibo al di fuori della Sardegna faccia tutto schifo, tranne quello cucinato da lei.

(Nota dell’autrice: Attendo che altri come me, imparentati con questa razza, mi diano ragione).

Saliamo sul treno e lì parte una prima filippica sul fatto che ho il collo scoperto e non ho portato un foulard anche se ci sono 45 gradi, perché un fazzoletto al collo può sempre servire, e non importa se hai più di 40 anni, non hai ancora capito alla tua età che coprire il collo è fondamentale, e io te lo dico lo stesso anche se ne hai 60 di anni, perché poi ti ammali ecc. ecc.

Dopo due lunghissime ore di viaggio in cui riesco a placarla solo mettendole in mano una settimana enigmistica, arriviamo a Milano Centrale.

“Allora Mamy, adesso andiamo a prendere un caffè, poi cerchiamo una metro che ci porti in piazza del Duomo e da lì facciamo una camminata per vedere il Teatro alla Scala, il Castello Sforzesco, l’arco della Pace e altre cose, ok?”

Mamma mi guarda mentre ordino un espresso macchiato e subito tira fuori dalla borsa una sorta di brioche fatta in casa.

“Ti mangi questa che l’ho fatta io ed è senza zucchero. Quelle schifezze lasciale lì”.

Incrocio lo sguardo del barista che mi fa un cenno di comprensione come a dire “È anziana dai…”.
Il barista però non può immaginare che la brioche senza zucchero fatta in casa batta 100 a 1 la “schifezza” al microonde del bar. Che la Mamy sappia cucinare non c’è dubbio e in effetti è meglio così.

Facciamo tappa al bagno con tanto di coda davanti alle porte, portasapone scassati e rubinetti che emettono fili d’acqua con cui sciacquarsi. Mi dirigo verso gli asciugamani e lì trovo la mia compagna di viaggio che impreca.

“Ma’, ma che stai facendo?”

“Questo coso ha finito la carta”

“Mamy, questo coso è un asciugamano ad aria, devi metterci le mani dentro”.

Scendiamo le scale, sto cercando una mappa della metro per capire quale linea prendere quando Mamy parte a tutta velocità in una direzione non definita e rigorosamente contromano. Mi butto all’inseguimento, per poco non si fa cilindrare da un ragazzo in carrozzina, una serie di persone controcorrente la spingono, ma lei imperterrita continua ad andare avanti come se dovesse prendere un treno imperdibile. Prende delle scale mobili a casaccio creando una lunga coda dietro di sé perché si fissa a forza sul lato sinistro bloccando il passo a chiunque.

Riesco a raggiungerla a fatica.

“Mi spieghi dove stai andando?”

“Alla metro no? A Torino la prendo sempre”

La mia genitrice non sa che a Torino abbiamo una sola linea mentre nelle altre città le metro sono diverse e suddivise per colore. Le faccio una breve spiegazione che non ascolta e arriviamo in piazza del Duomo, da lì prendiamo Galleria Vittorio Emanuele II. In questo posto più o meno a metà del percorso, in terra, c’è l’effigie di un toro i cui attributi vengono calpestati dai passanti perché si dice che portino fortuna.

Mentre aspettiamo il nostro turno Mamy rivolge lo sguardo verso una signora coetanea.

“Mia figlia ne ha tanto bisogno di calpestare queste palle”.

La porto via e cominciamo una lunga passeggiata verso il Teatro alla Scala, la via degli artisti, corso Como e via Garibaldi. È ora di pranzo, mentre decido se fermarmi a mangiare qualcosa di poco impegnativo, ecco che Mamy mette mano alla borsa.

“Ecco una mela, la vuoi? Così non ingrassi”.

È tutta la vita che mia madre mi tiene a dieta, non perché mi trovi particolarmente grassa ma più che altro perché è fissata col colesterolo e medicina 33.

“Dice che mangiare frutta a pranzo fa bene per sistemare lo stomaco”

Quel “dice” senza un soggetto, sta ad indicare che lo ha sentito alla televisione.

Finito il nostro lauto pasto, Mamy riparte come un fulmine col suo passo da alpino in miniatura, senza degnare di uno sguardo nemmeno mezza vetrina.
Tira spallate alla gente come nel videoclip dei Verve “Bitter Sweet Simphony” bloccandosi solo se rischia di urtare qualche bambino.
Allora in quel caso, ma solo in quello, arresta la sua corsa e mette una mano sulla testa del bimbo senza toccarlo, accarezzando l’aria, come per dirgli teneramente: “Fai attenzione” e riparte come un centravanti di sfondamento.

Questa tattica di partire a razzo di solito viene attuata quando si stufa di aspettare che io consulti il navigatore per capire che direzione prendere. È un po’ come quando ti scazza leggere il libretto di istruzioni di un qualsiasi aggeggio, fai che pigiare tutti i tasti per scoprirne il funzionamento senza perdere tempo in noiose letture.

Peccato che imboccare vie a caso a Milano non porti sulla via del ritorno per Torino…

Devo dire che comunque la mappa di carta è meno noiosa che tenere in mano un telefono che dice “ricalcola percorso”, oppure “prendi via Brera in direzione nord”, quindi, la mamma, che ha un décolleté più giovane del mio per non aver passato la vita a guardare un cellulare, ha pienamente ragione a stufarsi.

Finalmente siamo in stazione, è sera e fa freddo, sul treno hanno aperto tutti i finestrini per far girare l’aria e io tremo visibilmente.

“Vedi? Te lo avevo detto che stare scoperti non va bene, se ti portavi un foulard adesso non avevi freddo, così impari, io te lo avevo detto, poi dice che proteggersi il collo serve a non prendere il raffreddore….”

Mamy ha di nuovo ragione. Ma non importa,  io continuerò a non mettermi il foulard e lei continuerà a rimproverarmi, perché il nostro rapporto è così. A lei piace dirmi cosa devo fare. Io odio abbastanza che lei me lo dica, ma se non lo facesse non sarebbe più lei, dunque ben venga il raffreddore.
Del resto, è l’unica persona che può dirmi cose che odio sentire.

Comunque per il prossimo viaggio pensavo di scalare l’Everest (sì, come no…), a meno sessanta gradi, e voglio vedere se mamma dirà: “Vengo anch’io!”.

…e comunque non porterò il foulard!

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